sabato 23 aprile 2022

NEL SEGNO DELLA SCRITTURA

Officina della Scrittura
Sala dei Mestieri
(Dettaglio)

"L'arte della scrittura si basa, come il disegno, su due linee, la retta e la curva. Sono queste che producono tutte le forme che lo spirito può creare e la mano eseguire".

(D. Diderot e J.B. D'Alembert)

Inaugurato nel 2016 grazie all’Associazione Aurea Signa, con il sostegno della Comunità Europea e di numerosi contributi privati, Officina della Scrittura è il primo museo al mondo dedicato al Segno ed alla Scrittura.
Vera e propria "Cittadella della conoscenza", il luogo racconta e valorizza, in un percorso organico fra tecnologia e tradizione, tutto ciò che è legato alla scrittura e, più in generale, al segno dell’uomo: dalle pitture rupestri fino alle forme di comunicazione digitale.
Uno spazio di 200 mq è dedicato all’arte moderna e contemporanea. Qui ha trovato posto il lavoro di artisti affermati ed emergenti, italiani e stranieri, che hanno adottato il segno ed il linguaggio grafico come iconografia privilegiata: Alighiero Boetti, Nicola De Maria, Giorgio Griffa, Emilio Isgrò, Ugo Nespolo, Truly Design, Sher Avner, solo per citarne alcuni.

Officina della Scrittura
Sala Arte Contemporanea

Conoscenza e arte si coniugano nei percorsi didattici pensati per le scuole, nelle attività per famiglie, insieme ai Corsi di Calligrafia, ai Corsi di Grafologia e Psicologia e ai Workshop rivolti agli adulti, per un'offerta formativa destinata a tutte le tipologie di pubblico.
Che cos’è un segno? Dalle calligrafie dei popoli di ieri e di oggi, agli alfabeti della rete, sono molti gli strumenti per la scrittura che si sono succeduti nei secoli: dal papiro fino al tablet, comprese le 13 Regine, penne stilografiche che hanno lasciato un segno nel mondo: dalla Parker Duofold in vari colori (1921) fino al modello Parker 51 ideato da László Moholy-Nagy nello stile razionalistico del Bauhaus.
All’interno di Officina della Scrittura sono organizzate visite guidate al Museo ed alla Manifattura Aurora, che consentono di osservare da vicino le varie fasi di lavorazione, fra cui la progettazione, lo stampaggio, la lavorazione delle parti metalliche, la tornitura, il lavaggio e la lucidatura, il servizio riparazioni e spedizioni, arrivando a scoprire il cuore dello strumento, il pennino, di cui Aurora è la sola produttrice in Italia e tra le poche al mondo. La varietà del tratto è resa possibile grazie alla presenza dell’iridio, un metallo raffinato del gruppo del platino, saldato in varie forme e dimensioni alla punta del pennino, certificato dal punzone 5 TO, uno dei primissimi rilasciati a Torino ed il più antico in attività continuativa.

Officina della Scrittura
Biblioteca

Nel 1889 Cesare Verona Sr., erede di una dinastia dedita al commercio fin dal 1722, è il primo rappresentante in Italia della macchina da scrivere: la Remington n.5.
Isaia Levi, anch'egli imprenditore torinese di origini ebraiche, fonda nel 1919, in Via della Basilica 9, la "Fabbrica di penne a serbatoio Aurora Torino". Ne nascerà un sodalizio con le famiglie Verona ed Enriques, tutte legate al mondo della scrittura. Nel 1943 il laboratorio originario viene raso al suolo dai bombardamenti alleati e Aurora si trasferisce nei pressi dell’Abbazia di San Giacomo di Stura, storico complesso benedettino del 1146, già sede nell'Ottocento di una manifattura tessile. Giovanni Enriques, lungimirante imprenditore, sancisce il rilancio dell'azienda, vendendo in pochi anni 8 milioni di esemplari del modello Aurora 88, progettata da Marcello Nizzoli nel 1947.

Officina della Scrittura
Sala didattica

Aurora è attualmente l'unica in Italia ed una delle poche al mondo, ad occuparsi di tutte le fasi di produzione.
Alle tecniche adottate, tipiche della tradizione orafa, si affianca l'utilizzo di tecnologie computerizzate. Materiali e metalli pregiati (oro, argento e pietre preziose) conferiscono ad ogni penna il carattere di veri e propri gioielli, talora modelli unici al mondo, come Diamante,  con pietra a taglio cabochon incastonata nella testina e 1.919 diamanti certificati De Beers, per un totale di oltre 30 carati.
Le stilografiche Aurora sono entrate a far parte della vita quotidiana degli italiani. In molti hanno imparato a scrivere con la mitica Auretta, disegnata nel 1965 da Albe Steiner. Pezzi iconici come le penne Hastil (1970) e Thesi (1974), disegnate da Marco Zanuso, sono esposte al MOMA di New York; la serie limitata Leonardo da Vinci (2002) del designer Giampiero Bodino e l'edizione celebrativa del centenario Aurora (2019), sono fra i tanti capolavori di design industriale, appartenenti ormai all'immaginario collettivo.

Depositario di un’eredità che da quattro generazioni mette al primo posto valori come il pensiero, la bellezza e la cultura, Cesare Verona, Presidente e Amministratore Delegato della società, continua ad esportare in tutto mondo - dal Giappone agli Emirati Arabi, dall'Iran al Messico - il tratto distintivo di Aurora.
Cura artigianale e investimenti in ricerca e sviluppo tecnologico costituiscono la missione prioritaria dell'azienda, che con i suoi 10.000 mq complessivi si offre come location ideale per meeting aziendali, con sale dedicate, o per momenti conviviali nell'annesso Ristorante L'Officina. Tramite la creazione di sinergie tra le realtà locali e Istituzioni politiche e culturali, tra cui la Città di Torino, il Comune di Settimo, il Comune di San Mauro, il Teatro Regio, il Museo della Resistenza ed altri, il progetto POLO ECCELLENZE PIEMONTESI punta a fare dello stabilimento una piattaforma di ricerca e formazione, luogo d’elezione per eventi di interesse collettivo, mostre ed incontri dell’area nord di Torino. 

Museo del Segno e della Scrittura
Strada da Bertolla all’Abbadia di Stura, 200 - 10156 Torino
Orario: lunedì, martedì, giovedì e venerdì dalle 9 alle 18, mercoledì chiuso. Ultimo ingresso ore 17.
Aperto il primo e l'ultimo weekend del mese dalle 10 alle 19.
Visite guidate in Manifattura Aurora: lunedì, martedì, giovedì, venerdì: alle 11 ed alle 16.
Per informazioni e prenotazioni: tel. +39 011.034.30.90; info@officinadellascrittura.it
Piena accessibilità a tutti gli spazi di visita.

DAL DISEGNO AL DIPINTO

Dopo il recente riallestimento della Sala dei Cartoni gaudenziani, la Pinacoteca dell'Accademia Albertina riprende il suo ciclo di mostre-dossier dedicate a opere pittoriche realizzate nell'ambito della bottega di Gaudenzio Ferrari, messe in dialogo con i materiali grafici di quella stessa officina artistica appartenenti al Museo.


In questa occasione, è presentato, a cura di Serena D'Italia, un dipinto poco conosciuto della produzione gaudenziana, conservato in collezione privata e oggi visibile al pubblico per la prima volta.
L'opera, costituita da tre pannelli lignei di cui sono state modificate le misure e la forma originarie, raffigura nella parte centrale la Madonna con il Bambino, san Giovannino e tre angeli, mentre negli scomparti laterali sono visibili due sante nell'atto di presentare alla Vergine delle dame inginocchiate in preghiera, probabilmente le committenti dell'opera. Le sante sono identificabili grazie ai loro attributi in Marta di Betania (a sinistra, con la Tarasca e l'aspersorio) e Dorotea (a destra, con il canestro da cui sgorgano miracolosamente dei fiori).

Il trittico è riconoscibile negli inventari della importante quadreria dell'avvocato Giuseppe Antonio Gattino (1802-1853), che era allestita nelle sale nell’attuale Palazzo Valperga Galleani di Torino, in via Alfieri 6, in cui il collezionista abitò a partire dal 1829. La pinacoteca passò poi per via ereditaria aiconti Ricardi di Netro e infine nel 1929 fu acquisita dall'antiquario torinese Pietro Accorsi e dispersa sul mercato. Le tre tavole qui presentate furono comprate pochi anni dopo dalla famiglia che tuttora le possiede.
Gattino aveva acquistato l'opera nel 1830 a Chieri, poco lontano da Torino, dove pare che fosse conservata in San Domenico. Questa dunque potrebbe essere la chiesa per cui fu originariamente commissionata, oppure potrebbe provenire da qualche altro edificio religioso della zona ed essere stata trasferita lì in seguito alle soppressioni napoleoniche degli ordini religiosi (1802), che provocarono la dispersione di una grossa parte del patrimonio artistico piemontese.

L'opera è attribuibile al grande pittore di origine valsesiana Gaudenzio Ferrari (nato a Valduggia, documentato a partire dal 1507 e morto a Milano nel 1546), dipinta verosimilmente con l'aiuto di un collaboratore intorno al 1540 o poco prima; la tavola centrale è ispirata alla cosiddetta Madonna degli aranci, una grande pala commissionata nel 1529 a Gaudenzio per la chiesa di San Cristoforo di Vercelli.
La collezione della Pinacoteca dell'Accademia Albertina conserva un cartone (il numero 351) raffigurante Santa Dorotea con una devota, che fu probabilmente realizzato dallo stesso Ferrari come traccia grafica per la tavola di destra dell'opera qui presentata. Le indagini scientifiche eseguite sul trittico in occasione del restauro hanno dimostrato, grazie alla tecnica della riflettografia infrarossa, la precisa corrispondenza del disegno preparatorio sulla tavola con il cartone, confermando che proprio questo grande foglio o una sua copia diretta sono stati utilizzati come impostazione per la stesura pittorica.



DAL DISEGNO AL DIPINTO
Un trittico gaudenziano riscoperto

Fino al 16 ottobre 2022
Pinacoteca Albertina
via Accademia Albertina, 8 - Torino
Orario: tutti i giorni feriali e festivi dalle 10 alle 18 (ultimo ingresso alle 17.30). Mercoledì giorno di chiusura.
Per informazioni: Tel. 0110897370; comunicazione@albertina.academy
www.pinacotecalbertina.it

PIEMONTE E DISABILITÀ

Si è svolto giovedì 14 aprile, presso il Circolo dei Lettori di Torino, il convegno di restituzione del progetto "Welfare Territoriale: il lavoro delle Associazioni", ideato e condotto dalla CPD - Consulta per le Persone in Difficoltà, finanziato dalla Regione Piemonte.
L'occasione ha permesso di aprire un tavolo di confronto tra enti coinvolti e istituzioni territoriali, al fine di costituire una rete di correlazioni fra le diverse aree di intervento e le disposizioni vigenti in materia di sostenibilità.
Per la prima volta è stato prodotto e presentato a livello regionale un documento articolato sui temi della disabilità e non autosufficienza, sottoposto in tale sede ad un processo di verifica e di concertazione sulle soluzioni da adottare in risposta alle istanze e alle criticità rilevate. Sei i focus individuati dal report: Sostegno alle famiglie; Abitare sociale; Vivere il territorio; Diritto allo studio; Lavorare per crescere; Curare e curarsi.

Il panel si è avvalso dei resoconti di Francesca Bisacco (Presidente CPD), Gianni Ferrero (Direttore CPD), Carlo Giacobini (esperto di disabilità), moderati dalla sociologa Daniela Bucci, d'intesa con gli Assessori Elena Chiorino (Istruzione, Lavoro, Formazione Professionale, Diritto allo studio); Marco Gabusi (Trasporti, Infrastrutture, Opere pubbliche, Difesa del suolo; Protezione civile, Gestione emergenza profughi ucraini); Luigi Genesio Icardi (Sanità, Livelli essenziali di assistenza, Edilizia sanitaria); Maurizio Marrone (Politiche sociali e dell'integrazione socio-sanitaria, Delegificazione e semplificazione dei percorsi amministrativi, Rapporti con il Consiglio regionale, Emigrazione), intervenuti per fare il punto sulle azioni di natura programmatoria, l'attivazione di nuovi servizi, di monitoraggio, ma anche di rivisitazione delle normative regionali in essere in Regione Piemonte. 

Non si è trascurato neanche l'aspetto dell'incidenza delle politiche nazionali, del PNRR e dei possibili effetti di nuove disposizioni attese a livello nazionale (decreti della legge delega sulla disabilità, norme sui caregiver, norme di semplificazione, linee guida sul collocamento mirato) in materia di welfare. Mentre, per favorire le iniziative in ambito pubblico, è stata presentata l'Agenda della Disabilità, documento programmatico che intende coinvolgere l'intera comunità in azioni capillari e concrete a supporto delle oltre trecento associazioni già operative nel terzo settore. Determinante il contributo richiesto ai mezzi d'informazione nel diffondere le risultanze del cammino fin qui intrapreso.

Gli interventi del convegno sono stati tradotti in presenza da operatori del servizio di interpretariato LIS e, in streaming, da sottotitoli per non udenti.

mercoledì 13 aprile 2022

LA NATURA E LA PREDA

LA NATURA E LA PREDA
Allestimento mostra
Courtesy PAV - Parco Arte Vivente, Torino
Il PAV Parco Arte Vivente presenta la mostra collettiva LA NATURA E LA PREDA, che affronta il tema della memoria coloniale attraverso i lavori di alcuni giovani artisti italiani: Irene Coppola con Vito Priolo, Edoardo Manzoni, Daniele Marzorati e Alessandra Messali.
"Preda", che ha la stessa etimologia del verbo prendere, è sempre qualcosa che si acquista con la violenza: costruire una teoria della preda può costituire uno strumento importante nell'affrontare la drammatica attualità della memoria coloniale. I quattro artisti emergenti invitati nella mostra indagano casi di storia sociale della natura, lavorando sulle rappresentazioni dell’esotico, della caccia, della sperimentazione botanica coloniale.
LA NATURA E LA PREDA
Irene Coppola e Vito Priolo
Body cartographies
Courtesy PAV- Parco Arte Vivente, Torino
Le scene di caccia, le trappole e i richiami per uccelli di Edoardo Manzoni riflettono sull’estetizzazione della violenza delle immagini prodotte in Africa durante il periodo coloniale. Il progetto di Daniele Marzorati, a sua volta, ripercorre alcune delle tracce fisiche del rimosso coloniale nel territorio italiano, una ricerca fotografica che attiva connessioni tra il potere normativo della storia ufficiale e oggetti apparentemente neutrali, guardando al legame tra fascismo, colonialismo e razzismo avvalendosi dei concetti di "razza" e "razzializzazione" così come espressi da Mellino, ossia la gerarchizzazione attraverso l’ideologia della "razza" che invisibilmente permane in alcuni presupposti della cultura occidentale.
LA NATURA E LA PREDA
Foto allestimento
Courtesy PAV - Parco Arte Vivente, Torino
EMILIO SALGARI AND THE TIGER - A Story Written in Far Away Italy, Set in Guwahati 1870, di Alessandra Messali, è il risultato di una ricerca condotta dall’artista tra il 2013 e il 2016 nello stato indiano dell’Assam nell’ambito del Guwahati Research Program (Microclima). Il progetto è un esperimento nel quale le differenze tra testo e contesto riscontrate nei libri di Salgari vengono utilizzate come strumento per riflettere sulle logiche di rappresentazione delle culture esotiche. Irene Coppola, infine, presenta Habitat 08°N (progetto sostenuto dall’Italian Council, Direzione Generale Creatività Contemporanea, MiC), realizzato lavorando a stretto contatto con la comunità indigena di Guna Yala (Panama), in collaborazione con l’architetto Vito Priolo.

LA NATURA E LA PREDA
Alessandra Messali
Emilio Salgari and the tiger (particolare)
Courtesy PAV - Parco Arte Vivente, Torino
Nel periodo in cui la mostra sarà aperta al pubblico, su prenotazione, le AEF Attività Educative e Formative del PAV propongono alle scuole e ai gruppi l’attività laboratoriale Wunderkammer d'Altrove, una raccolta di curiosità immaginifiche, in bilico fra il vero e il falso. In relazione alla ricerca di LA NATURA E LA PREDA, viene indagato l’esercizio dell’immaginario di ciò che è lontano da noi e, proprio per questo, altamente desiderabile.
Nell’ambito della rassegna di Workshop con gli artisti, sabato 14 maggio Alessandra Messali condurrà il workshop pubblico dal titolo Tigre contro tigre nella giungla delle rappresentazioni.

Per partecipare alle attività è necessaria la prenotazione: t. 011 3182235 - lab@parcoartevivente.it

LA NATURA E LA PREDA
Storie e cartografie coloniali

Fino al 29 maggio 2022
PAV Parco Arte Vivente
Centro sperimentale d'arte contemporanea

Via Giordano Bruno 31, 10134 Torino
Orario: venerdì ore 15-18, sabato e domenica ore 12-19
Per informazioni: t. 011 3182235
www.parcoartevivente.it

martedì 12 aprile 2022

LOUISE NEVELSON ALLA BIENNALE DI VENEZIA

Louise Nevelson
Untitled (Sky Cathedral), 1970-1975
legno dipinto, nero
302.3 cm x 360.7 cm x 58.4 cm)
14 elementi, 2 parti basamento (16 elementi totali)
No. 00828.03
© 2022 Estate of Louise Nevelson /
Artists Rights Society (ARS), New York
La Louise Nevelson Foundation presenta un progetto espositivo di portata storica del lavoro dell’artista, figura rivoluzionaria dell’astrazione americana. Dal 23 aprile all’11 settembre 2022, una grande mostra sarà allestita a Venezia nelle Procuratie Vecchie in Piazza San Marco quale Evento Collaterale ufficiale della 59. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia.
LOUISE NEVELSON. PERSISTENCE segnerà il sessantesimo anniversario della partecipazione dell’artista alla Biennale Arte del 1962, quando fu chiamata a rappresentare gli Stati Uniti nel padiglione americano.
La mostra, che riunirà oltre sessanta lavori realizzati dalla Nevelson tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, è curata da Julia Bryan-Wilson, docente di Arte Moderna e Contemporanea a Berkeley, Università della California. Tra i massimi esperti del lavoro dell’artista, Julia Bryan-Wilson pubblicherà nel 2023 una monografia su Louise Nevelson con la Yale University Press.

Louise Nevelson
Dawn's Presence - Three, 1975
legno dipinto, bianco
312.4 cm × 322.6 cm × 251.5 cm
 No. 08833
© 2022 Estate of Louise Nevelson /
Artists Rights Society (ARS), New York

Articolata in nove sale del secondo piano delle Procuratie Vecchie affacciate su Piazza San Marco, sarà la più ampia e approfondita rassegna realizzata in Italia dal 2013.
Cuore dell’esposizione saranno le sculture di grandi dimensioni, ma si potranno ammirare anche esempi delle sue sculture bianche, tra le quali l’installazione multipla a colonna Dawn’s Presence - Three (1975) e dei suoi rari lavori color oro, come The Golden Pearl (1962).
Il percorso sottolinea la relazione tra il lavoro della Nevelson come scultrice e la sua pratica - durata tutta la vita - dedicata ai collage e agli assemblaggi da parete. I collage e gli assemblage scultorei saranno infatti presentati in dialogo con i lavori di grandi dimensioni, per gettare luce sui tratti fondamentali del processo creativo - per il quale la critica italiana Carla Lonzi usò le parole "distruzione e trasfigurazione" - ma anche sul suo interesse per materiali non convenzionali come legno grezzo, metallo, cartone, carta vetrata, pellicola di alluminio.

Louise Nevelson
Untitled, 1979
metallo, pittura, carta e legno su tavola
121.9 cm x 81.3 cm x 31.1 cm
No. 40639
© 2022 Estate of Louise Nevelson /
Artists Rights Society (ARS), New York
Nata a Pereiaslav, Ucraina (vicino a Kiev) nel 1899, Louise Nevelson migrò negli Stati Uniti con la famiglia nel 1905, stabilendosi nel Maine. Dopo essersi trasferita a New York nel 1920, la Nevelson studiò presso la Art Students League. Negli anni Trenta fu assistente di Diego Rivera, e più tardi insegnante d’arte con la Works Progress Administration. Ebbe la sua prima mostra personale nel 1941 presso la Nierendorf Gallery di New York. Nei primi anni Cinquanta viaggiò in Guatemala e in Messico per conoscere l’arte precolombiana. A seguito di questi viaggi, iniziò a creare le sue prime sculture in legno, profondamente legate ai risultati del Cubismo e del Costruttivismo. Nel corso dei quattro decenni successivi, la Nevelson divenne una tra gli artisti più rivoluzionari degli Stati Uniti. Tutta la sua pratica  - assemblage, collage, lavori di gioielleria, in relazione profonda con il suo lavoro scultoreo - riflette una instancabile sperimentazione con la materia, con la forma e con lo spazio.
Ritratto di Louise Nevelson, 1976
© Lynn Gilbert
L’eredità di questa grande artista americana vive, oltre che nell’attività della Louise Nevelson Foundation, anche nei musei e negli spazi pubblici delle più importanti città americane. In particolare, nella Louise Nevelson Plaza, presso il Financial District di New York, un gruppo delle sue sculture monumentali in acciaio ha una collocazione permanente in stretta connessione con gli alberi, le panchine e il contesto urbano. Nove sue sculture da parete si trovano nella Chapel of the Good Sheperd della Chiesa di Saint Peter a Midtown Manhattan, per la quale la Nevelson disegnò anche la lampada della cappella e i paramenti, concependo un ambiente totale che lei descrisse come "un’oasi". Oggi il lavoro di Louise Nevelson si trova nelle collezioni di tutti i maggiori musei americani, tra cui il Metropolitan Museum of Art di New York e il Museum of Modern Art di New York. Le sue opere sono inoltre presenti in collezioni museali europee - Tate di Londra, Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino, Louisiana Museum of Modern Art di Humlebæk in Danimarca, Moderna Museet di Stoccolma -, e in numerose altre istituzioni internazionali.

LOUISE NEVELSON. PERSISTENCE
23 aprile - 11 settembre 2022
Procuratie Vecchie di Piazza San Marco
Secondo piano (ingresso da piazza San Marco 1218/b)
Orari: dal martedì alla domenica dalle 10-18
louisenevelsonvenice.com

FRANCESCO DI SALES 400

Ritratto di San Francesco di Sales
Olio su tela, cm 31 x 25
Anonimo (ante 1661 ?)
(Già appartenente al chierico Brachi; cornice coeva)
Collezione privata Museo Casa Don Bosco - dono famiglia Rava

Chi conquista il cuore dell'uomo, conquista tutto l'uomo.
                                                   (San Francesco di Sales)

San Francesco di Sales nasce il 21 agosto 1567 nel castello di Thorens in Alta Savoia, primogenito di 12 figli, da  François de Nouvelles, signore di Boisy, uomo d'armi al servizio del duca di Genevois-Nemours, e da Françoise di Sionnaz di circa trent'anni più giovane del marito, sposato alla giovane età di 14 anni.
La mostra FRANCESCO DI SALES 400, allestita al pian terreno del Museo Casa Don Bosco, aperta al pubblico fino al 15 gennaio 2023, mira ad educare il visitatore alla conoscenza del Santo, alla lettura salesiana della sua vita e all’approfondimento del "clima" salesiano seicentesco. Gli elementi biografici, l’iconografia a lui riferita nell’oratorio delle origini, gli elementi della spiritualità e della pedagogia salesiana, sono i tre settori tematico/espositivi principali del percorso.

Parato liturgico, detto "di San Francesco di Sales":
pianeta, stola, borsa e velo da calice
Raso in seta con broccature d'oro e d'argento (part.)
Manifattura franco-piemontese (?) ante 1622
Tesoro del Santuario della Consolata, Torino
(con stemma Caetani Enrico o Camillo)

San Francesco di Sales manifesta a dieci anni i primi segni di vocazione e, nonostante la contrarietà del padre, ad undici anni secondo l'uso dell'epoca riceve la tonsura. Nel 1578 parte per Parigi; deve fare la carriera dei nobili, ma lui preferisce il Collegio di Clermont dei Gesuiti.
Nella capitale, interessato agli studi di teologia, approfondisce le questioni relative alla predestinazione, al ruolo della "grazia divina" e del "libero arbitrio". Nel dicembre 1586, a 19 anni, vive una profonda crisi perché convinto di essere predestinato alla dannazione eterna. Le preghiere rivolte alla Vergine nera di Parigi, dissipano le sue angosce e lo conducono a terminare gli studi nel 1588.

Parato liturgico di San Francesco di Sales:
pianeta, stola, manipolo damasco bianco e seta rossa a ricami (part.)
(ricami eseguiti da Santa Giovanna F. Frémiot de Chantal)
Monache visitandine di Annecy, 1610-1622
Monastero della Visitazione di Annecy
(con relativi certificati di autenticità del 1658)

Conclusi gli studi di diritto a Padova, rientra in Francia nel 1592, nel castello di famiglia a La Thuile. Nonostante la formazione giuridica, mantiene fede alla propria vocazione religiosa e il 18 dicembre 1593, grazie all'interessamento del vescovo di Ginevra, riceve l'ordinazione presbiteriale con bolla pontificia di Clemente VIII.
Divenuto vescovo di Ginevra, intraprende un'intensa attività pastorale infiammato di zelo apostolico e filantropico. Diceva che l'amore è compendio della teologia. La carità (animata dalla preghiera) fu dunque il centro costante dei suoi insegnamenti cristiani.

Santa Mater Ioanna Francisca F.d.C.
Litografia
A. Gajani (1787-1820)
Modena, 1817

Con la propria missione educativa San Giovanni Bosco, fondatore nel quartiere Valdocco di Torino della Congregazione religiosa "Società di San Francesco di Sales", diffonderà l'umanesimo ottimista del suo predecessore ("Da mihi animas, caetera tolle tibi"), convinto come quest'ultimo che "il nostro Dio è il Dio della gioia" e, intrepido promotore delle risorse naturali e innaturali dell'uomo e dei giovani in particolar modo, seppe anch'egli conquistare anime ribelli con amorevolezza e dolcezza, in sintonia profonda con la creazione di Dio.
Questi e altri consigli spirituali, i cui tangibili effetti si riscontrano ancor oggi nelle comunità salesiane diffuse nel mondo, compaiono nel Filotea, celebre trattato pubblicato nel 1609 (qui esposto nell'edizione parigina del 1669), nel quale sono raccolti gli indirizzi spirituali rivolti da San Francesco di Sales a M.me de Charmoisy, moglie di un suo cugino.

Croci reliquiario: abito delle monache visitandine,
argento, XVIII sec. (?)
Monastero della Visitazione di Torino
(su probabile disegno di San Francesco di Sales)/
Lettera olografa a Madame de Vallon (cugina del Santo)
François e. de Geneve, 1608
Monastero della Visitazione di Annecy
(sigilli in ceralacca con stemma di F.d.S.)
Fra i documenti in mostra è possibile inoltre ammirare un ritratto di San Francesco di Sales del 1618, il parato liturgico, detto "di San Francesco di Sales" (ante 1622), il parato liturgico con ricami eseguiti da Santa Giovanna F. Frémiot de Chantal (1610-1622), una lettera olografa del 1608, e ancora, stampe, libri, oggetti molto particolari come un medaglione in osso di manifattura piemontese del 1613, ricordo coevo dell’ostensione della Sindone del 1613. La rassegna, celebrativa dei 400 anni dalla morte del Santo, avvenuta per emorragia cerebrale il 28 dicembre 1622, a 55 anni, nel monastero delle Visitandine di Lione, è stata resa possibile grazie alla collaborazione con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio, il Monastero della Visitazione di Annecy, il Monastero della Visitazione di Moncalieri, il Santuario della Consolata di Torino e l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice del Piemonte.

FRANCESCO DI SALES 400
Fino al 15 gennaio 2023
Museo Casa Don Bosco
Via Maria Ausiliatrice, 32 - Torino
Orario: martedì e giovedì 9,30 - 12,30; mercoledì e venerdì 14,30 - 17,30; sabato e domenica 9,30 - 12,30 e 14,30 - 17,30. Lunedì chiuso.
Per informazioni: tel. 011.5224822; info@museocasadonbosco.it
www.museocasadonbosco.it

lunedì 11 aprile 2022

L’ENIGMA DI KANDINSKIJ A PALAZZO ROVERELLA

Vasilij Kandinskij
Improvvisazione 11, 1910
Olio, 97,5 x 106,5 cm
The State Russian Museum, San Pietroburgo © 2021
Foto Scala, Firenze
L’enigma Kandinskij non è ancora compiutamente disvelato. E l’ampia retrospettiva KANDINSKIJ. L’OPERA / 1900-1940, fino al 26 giugno 2022 a Palazzo Roverella di Rovigo, curata da Evgenia Petrova e Paolo Bolpagni punta ad approfondire questa ricerca, con l'obiettivo "di aiutare a cogliere l’arco unitario del percorso dell’artista". La ricerca di un’autenticità interiore, la volontà di creare un mondo visivo nuovo e libero, il riferimento alla musica, l’irrazionalismo spiritualistico ispirato ai principi teosofici e il legame con l’arte popolare russa, rappresentano le costanti del suo impianto pittorico. Il tutto mentre, via via, si assiste al prender vita del graduale passaggio dalla figurazione all’astrazione, che si impone come chiave di volta di una delle rivoluzioni più radicali della pittura della prima metà del XX secolo.

Vasilij Kandinskij
Rider, 1909-1910
Collezione privata, Vienna

Il contributo di Vasilij Kandinskij (Mosca, 1866 - Neuilly-sur-Seine 1944) alla creazione di una forma espressiva fondata su nuovi presupposti è dirompente. Ma, sottolineano i curatori, "nonostante il grande lavoro storico-critico compiuto, anche negli ultimi decenni, da molti studiosi, il suo percorso cela ancora degli aspetti enigmatici". Numerose furono le matrici da cui scaturì, con lenta gradualità, quel linguaggio artistico che ha sconvolto il Novecento: oltre alla dichiarata suggestione esercitata dalla musica, Kandinskij rivela una profonda conoscenza della cultura rurale di Russia: case, mobili, costumi variopinti divengono familiari dopo il viaggio del 1889 nella provincia del Vologda in Siberia, intrapreso per compiere studi sul diritto contadino (si laurea nel 1992 in economia politica).
Vasilij Kandinskij
Destino (Il muro rosso) 1909
Olio su tela, 83 x 116 cm
Astrakhan, The P.M. Dogadin Astrakhan State Art Gallery
inv. AKГ-Ж-458
Abbandonata la carriera di giurista, si dedica alla pittura e alla ricerca teorica, ispirato dalla temperie romantica dell'ambiente culturale di Monaco, dove si trasferisce scegliendo di abitare nel villaggio di Murnau, nelle Alpi bavaresi. Dopo un breve contatto con i Nabis e l'esperienza fauve assorbita durante il soggiorno a Parigi nel 1906, preferisce guardare ai colori puri di Matisse, piuttosto che al movimento tedesco della Brücke, ritenuto troppo "barbarico", promotore di una poetica basata su posizioni espressive primitive. Sarà piuttosto l'esperienza al Bauhaus, di cui è vicedirettore nel 1922, a rivelarsi decisiva nell'elaborazione di un linguaggio visivo permeato di "astrazione lirica".
Vasilij Kandinskij
Mittengrun (Green in the middle), 1932
Collezione privata, Roma
La predilezione per il colore blu, insieme alla forma triangolare saranno fra gli elementi dominanti delle sue Composizioni. Sul finire della carriera il bianco e il cerchio costituiranno per l'artista i simboli privilegiati per rappresentare la perfezione divina e il silenzio primordiale che precede una nuova creazione. Si può essere concordi con Mario De Micheli nel ritenere che: "Per Kandinskij la storia dell'umanità è tutta racchiusa in questa marcia ascetica dal materialismo allo spiritualismo, cioè dal male al bene, dal buio alla luce, dall'angoscia alla felicità. L'arte non deve fare un cammino diverso: dal greve e umiliante impaccio della realtà materiale all'astratta libertà della visione pura"1.

Vasilij Kandinskij
Le Noeud rouge
Fondation Maeght, Saint-Paul de Vence (France)
Photo Claude Germain

Le sezioni della retrospettiva rodigina prendono avvio dagli esordi dell’artista, a Monaco di Baviera, per approfondire poi il suo approdo a Murnau e la scoperta Dello spirituale nell’arte, per sfociare quindi nel magico momento del Cavaliere azzurro e della conquista dell’astrattismo (1911-1914). Infine, il ritorno in Russia (1914-1921) e l’esperienza al Bauhaus (1922-1933), sino agli ultimi anni del Maestro in terra di Francia, corrispondono alle tappe di un percorso puntuale che documenta ciascuno dei momenti creativi di Kandinskij, attraverso una selezione di circa 80 opere raramente esposte al pubblico e quasi mai in Italia, provenienti da musei russi e da istituzioni museali europee.

1) M. De Micheli, Le avanguardie artistiche del Novecento, Feltrinelli Editore, Milano 1988, p. 105.

KANDINSKIJ. L'OPERA / 1900-1940
Fino al 26 giugno 2022
Palazzo Roverella
Via G. Laurenti 8/10, Rovigo
Orario: dal lunedì al giovedì 9 - 19; venerdì, sabato e prefestivi 9 - 22; domenica 9 - 20.
Info e prenotazioni: t. 0425 460093 (da lunedì a venerdì 9.30 - 18.30, sabato 9.30 - 13.30); info@palazzoroverella.com
www.palazzoroverella.com

I 150 ANNI DEL LEONE BIANCO

Busto di Giovanni Miani dalla rivista
"Illustrazione Popolare" dell'11 novembre1877

In occasione del 150° anniversario della sua morte, Palazzo Roncale a Rovigo ripercorre con la mostra GIOVANNI MIANI. Il Leone Bianco del Nilo - a cura di Mauro Varotto, docente di Geografia del Dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova -  le vicende dell’esploratore rodigino Giovanni Miani, "Indiana Jones dell’Ottocento", per tutta la sua vita dedito alla scoperta delle sorgenti del Nilo.
Tra storia, geografia ed etnografia, si snoda la vicenda di un personaggio irrequieto e fuori dagli schemi, di indomito coraggio e volontà ferrea, amante del rischio e dell’avventura, sfortunato inseguitore di grandi ideali come di riscatto sociale.

Nuova mappa del bacino del Nilo
Carta geografica
1858

Figlio di una domestica, mai riconosciuto dal padre, ha 14 anni quando lascia Rovigo, dov’era nato il 17 marzo del 1810, per raggiungere la madre a Venezia, al servizio del nobile Pier Alvise Bragadin. Quest’ultimo accoglie il ragazzo, dandogli un’istruzione e destinandogli un cospicuo lascito testamentario, che il giovane dilapida velocemente nel progetto di pubblicare un’enciclopedia universale della musica, naufragato al primo volume. Lui stesso scrive musica e frequenta i conservatori di mezza Europa, tentando senza fortuna anche la carriera di baritono. Rientrato a Venezia, partecipa ai moti del ’48-’49 contro la dominazione austriaca, ma qualche giorno prima della definitiva capitolazione prende la via del volontario esilio.

Roberto Guastalla
Uomo che raccoglie l'acqua

Raggiunge Costantinopoli e poi l’Egitto, dove per un periodo presta servizio come pedagogo e insegnante di francese e italiano. Nel frattempo si fa strada il sogno di individuare le sorgenti del grande Nilo, che nella sua idea coincidevano con la mitica regione dell’Ofir, la terra dalle immense ricchezze ricordata dalla Bibbia.
Nel 1859, un modesto finanziamento del governo francese gli consente di avventurarsi in una spedizione che lo conduce a Khartoum, dove giunge il 20 luglio del 1859. La città, da poco fondata dagli inglesi, sorge alla confluenza dei due rami principali del Nilo, quello Azzurro e quello Bianco. Del primo si conosce l’origine; il secondo è invece oggetto dell’interesse delle spedizioni delle potenze europee che puntano ad impossessarsi di territori che sarebbero diventati fondamentali qualora si fosse realizzato quello che poi sarà il Canale di Suez.

Gli Akka. I Pigmei di Giovanni Miani, 1874

Da Khartoum Miani raggiunge Gondokoro, oltre 1500 km a sud della città, trascrivendo dettagliatamente il viaggio nel suo diario e in una mappa del territorio destinata alla Società Geografica Francese. Il suo viaggio tuttavia è destinato a terminare poco oltre Galuffi, non lontano dal grande lago Nianza (poi ribattezzato Victoria) senza raggiungerlo: una febbre persistente ed una piaga ad una gamba, unite alla ostilità delle popolazioni indigene, lo costringono ad abbandonare il progetto. Del suo passaggio lascia traccia sul tronco di un tamarindo. Per gli indigeni era intanto diventato il "Leone Bianco", tributo al suo coraggio e alla sua lunga e candida barba.

Alberto Pasini
Fontana turca, 1873
olio su tela

Nel frattempo gli esploratori inglesi Speke e Grant entusiasmano il mondo con il loro annuncio della scoperta delle sorgenti del Nilo, individuate nel Lago Victoria, da loro raggiunto nel 1858. A Miani non resta che tornare in Europa. Lo accompagnano, al suo rientro, 14 casse zeppe di 1800 reperti. Tutti i tentativi di vendere la sua collezione falliscono. Decide allora di lasciarla in dono alla sua città di adozione, Venezia. Parte di questi eterogenei materiali (tessuti, armi, minerali, strumenti musicali, antichità varie) è oggi esposta nella sala a lui dedicata presso il Museo di Storia Naturale di Venezia.

Il luogo di sepoltura di Giovanni Miani, Zaire, 1930

Il mal d’Africa torna prepotente ed eccolo ancora una volta a Karthoum, dove diventa direttore del nuovo zoo della città. Utilizza questa funzione per farsi accettare in una spedizione diretta verso il Mombuto, nell’attuale Zaire. Il suo ruolo è duplice: esperto scientifico della spedizione e cercatore di specie animali sconosciute da introdurre nel suo zoo. Riesce a catturare anche due pigmei, che avrebbero svelato l’enigma della loro esistenza favoleggiata da Erodoto.
Ospite del re Bunza, muore a Nangazizi nel novembre del 1872. La notizia della sua morte giunge a Venezia l’anno dopo e la sua tomba sarà rinvenuta solo nel 1881. I suoi resti saranno destinati all’Accademia dei Concordi della natia Rovigo.

GIOVANNI MIANI. Il Leone Bianco del Nilo
Fino al 26 giugno 2022
Palazzo Roncale
Piazza Vittorio Emanuele, 25 - Rovigo
Orario: dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 19; sabato, domenica e festivi, dalle 9 alle 20
Informazioni: tel. 0425 460093

sabato 9 aprile 2022

IN SCENA I COSTUMI DI LUIGI SAPELLI

Caramba (Luigi Sapelli)
Costume teatrale, circa 1925
Abito femminile modello kimono
Collezione Roberto Devalle, Torino

Fino al 4 settembre 2022, la Fondazione Accorsi-Ometto rende omaggio alla bellezza, intesa come eleganza delle forme, preziosità dei tessuti e cura dei particolari, con la splendida mostra, a cura di Silvia Mira, IN SCENA! Luci e colori nei costumi di Caramba dedicata al ‘Mago’ dei costumi teatrali Luigi Sapelli, scelti tra la vasta collezione Devalle di Torino. Tra i pezzi iconici del lavoro della Casa d’Arte Caramba, fondata nel 1909 a Milano, sono esposti fra gli altri preziosi esemplari per il dramma d’annunziano Parisina e per la prima della Turandot del 1926 con la direzione di Toscanini alla Scala di Milano. Apre la rassegna un nucleo di bozzetti provenienti dalla Casa Museo del Costume teatrale Palazzo Chiazzese di Palermo, di proprietà della famiglia Pipi, rinomata sartoria teatrale palermitana da oltre due secoli.

LA CORONA DI FERRO
Casa d’Arte di Roma (Caramba)
Costume di scena, 1941
Abito femminile
Personaggio: Kavaora, figlia di Elsa
Attrice: Luisa Ferida
Collezione Roberto Devalle, Torino
I bozzetti sono spesso dettagliati e di vivido cromatismo, in altri casi sono disegnati da Caramba in bianco e nero, con applicazioni di ritagli di tessuto (le stoffe erano da lui stesso pensate, stampate, tagliate e decorate) per evitare errori di interpretazione da parte della sartoria.
Lavoratore instancabile Luigi Sapelli (Pinerolo, 1865 - Milano, 1936) passò dal giornalismo satirico alla critica teatrale per poi diventare costumista, scenografo e regista. Negli anni torinesi del liceo cominciò frequentare il caffè Molinari, dando voce alle sue critiche pungenti e facendosi notare per il modo eccentrico di vestire e per l’uso frequente dell’esclamazione spagnola "caramba" che, a partire dal 1884, diviene il suo nome d’arte.
TURANDOT
Caramba (Luigi Sapelli)
Costume teatrale, 1926
Abito maschile composto da tunica e cappuccio
Armigero (ruolo)
Collezione Roberto Devalle, Torino
Nel 1883 a Torino fondò e diresse la rivista Libellula dove apparvero i suoi figurini. La prima "rivoluzione" del ‘Mago’ - epiteto che ottiene nel 1908, in occasione della prima rivista italiana, Turlupineide - avvenne quando tolse al costume di Manrico del Trovatore la consueta frangia d’argento perché ritenuta offensiva «per la verosimiglianza e l’estetica» del personaggio: il figurinista non doveva più pensare il costume teatrale come a un semplice travestimento, ma come lo strumento per rivelare l’identità del personaggio.
Dal 1884 collaborò con diversi periodici teatrali e umoristici, inventando parallelamente una critica teatrale basata sul disegno di vignette caricaturali.

Caramba (Luigi Sapelli)
Costume teatrale, 1920-1930
Abito femminile
Collezione Roberto Devalle, Torino

Fondamentale, nel 1897, fu l’incontro a Torino con il direttore d’orchestra Arturo Toscanini e il produttore napoletano di operette Ciro Scognamiglio i quali, sebbene provenienti da culture teatrali lontanissime, erano mossi dallo stesso desiderio di cambiamento che trovava in Caramba un promotore d’eccezione. Con Toscanini, che voleva riportare nel mondo della lirica artigiani specializzati e un pubblico rigoroso, realizzò a partire dal 1922 il progetto di rinascita del teatro alla Scala come direttore degli allestimenti scenici. Con Scognamiglio diede nuova veste scenica all’operetta, cambiandone il repertorio, adottando ingegnosi allestimenti e spettacolari colpi di scena, nobilitando in tal modo un genere da sempre considerato minore.
Caramba (Luigi Sapelli)
Costume teatrale, 1920-1930
Marsina, gilet e culotte ricostruiti a cura della Sartoria Devalle
Collezione Roberto Devalle, Torino
Grazie all’assoluta eccellenza delle maestranze che Caramba riunì sotto la sua direzione, creò non soltanto costumi di scena, ma anche meravigliosi abiti per la brillante vita privata delle dive e per le signore alla moda di tutta Europa. Adorato da Lydia Borelli, dalle sorelle Gramatica, e da Virginia Reiter, fu un punto di riferimento per Eleonora Duse che per la creazione dei propri abiti spese cifre da capogiro.
Il 10 novembre 1936, Caramba si spegne nella sua casa di Milano. Due giorni dopo, il feretro si ferma davanti alla Scala e dal balcone del teatro viene lanciata dalle allieve del corpo di ballo una pioggia di petali.

IN SCENA!
Luci e colori nei costumi di Caramba

Fino al 4 settembre 2022
Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto
Via Po 55 - Torino
t. 011 837 688 int. 3; info@fondazioneaccorsi-ometto.it
www.fondazioneaccorsi-ometto.it

INVITO A POMPEI

Pegaso e Bellerofonte, I sec. d.C.
Affresco
Pompei I 8, 8

Palazzo Madama - Museo Civico d’Arte Antica di Torino, fino al 29 agosto 2022, presenta la mostra INVITO A POMPEI, curata dal Parco Archeologico di Pompei e da Palazzo Madama.
Un "invito" a entrare nelle case di Pompei, a scoprire quali erano le atmosfere, come erano arredate, quali oggetti erano usati quotidianamente dai suoi abitanti, come erano decorate e abbellite, attraverso un viaggio nel mondo pompeiano. Oltre 120 opere, tra arredi, statue, gioielli, bronzi, vetri e apparati decorativi, sono presentate al visitatore in un itinerario tra gli spazi domestici (l’atrio, il triclinio, il peristilio con il giardino, le stanze da letto), che termina con i drammatici calchi di alcune vittime.

Erma di Dioniso, I sec. d.C.
Marmo
Pompei VI 16, 7 (Casa degli Amorini dorati)

Il percorso espositivo, nella maestosa Sala del Senato, dove si è fatta l’Italia, si snoda attraverso gli ambienti maggiormente rappresentativi delle case più lussuose della Pompei del I secolo d.C. La domus romana, per la prima volta a Torino, spalanca le sue porte ai visitatori, accogliendoli nell’intimità domestica e mostrando loro la normalità della vita quotidiana alle pendici del Vesuvio. Un tuffo nel passato, che offre l’occasione di aggirarsi in quegli ambienti in cui l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. spense d’un colpo la vita dei suoi abitanti.

Enrico Salfi (1857-1935)
Plastico della Casa del Poeta tragico
Legno dipinto, stucco e tempera

La Pompei di oggi non è che lo scheletro della città antica, prosciugata di ogni forma di vita dalla calamità naturale e svuotata di quegli oggetti che consentirebbero di immaginarla così com’era.
Apre la mostra il bel plastico di fine Ottocento della Casa del Poeta Tragico, una di quelle che più hanno stimolato l’immaginario di viaggiatori e artisti del Grand Tour, tanto da essere l’ambientazione di molte scene del romanzo Gli ultimi giorni di Pompei di Edward Bulwer-Lytton, a cui si ispira l’opera di Federico Maldarelli Ione e Nidia della GAM - Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, che chiude il percorso.

Federico Maldarelli
Ione e Nidia, 1864
Olio su tela
Torino, GAM - Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea

"Ogni casa racconta la storia personale e intima di una famiglia, dei suoi abitanti, ma è anche microcosmo di una società e di un’epoca, con le loro abitudini espresse attraverso gli oggetti, gli arredi e le architetture - dichiara Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco archeologico di Pompei - La domus romana, in particolare, aggiunge al racconto la straordinarietà e la bellezza di pitture e mosaici da ammirare".

Altare miniaturistico, I sec. d.C.
Bronzo e marmo
Pompei

"Quasi due millenni or sono giungeva ad Augusta Taurinorum la notizia dell’eruzione del Vesuvio. E delle lettere di Plinio il Giovane a Tacito si discusse forse nella Porta Decumana di un Palazzo Madama, che tanta memoria conserva della formidabile stagione artistica riscoperta in epoca illuminista con gli scavi di Pompei - afferma Giovanni Carlo Federico Villa, direttore di Palazzo Madama -. Ogni visitatore, uscendo dalla mostra, ripercorrerà quella torre romana ove gli avvenimenti di Pompei echeggiarono nei primi secoli della nostra storia".

INVITO A POMPEI
Fino al 29 agosto 2022
Palazzo Madama - Museo Civico d’Arte Antica
Piazza Castello, Torino
Orari: lunedì e da mercoledì a domenica: 10 - 18. Martedì chiuso. Il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura.
Informazioni: palazzomadama@fondazionetorinomusei.it; t. 011 4433501                          www.palazzomadamatorino.it