giovedì 18 gennaio 2018

GIOVANNI BOLDINI

Giovanni Boldini
Ritratto di Donna Franca Florio, 1901-1924
Olio su tela, 221x119 cm
Collezione privata
Fonte: Consorzio La Venaria Reale
Ultimi giorni per visitare, fino al 28 gennaio prossimo, nelle Sale delle Arti alla Reggia di Venaria, la ricca e spettacolare mostra GIOVANNI BOLDINI, con oltre 115 dipinti comprendenti la produzione dell'autore ferrarese e 26 opere di artisti a lui contemporanei quali Cristiano Banti, Vittorio Matteo Corcos, Giuseppe De Nittis, Antonio de La Gandara, Paul-César Helleu, Telemaco Signorini, Ettore Tito, Federico Zandomeneghi. Un ampio panorama che dai macchiaioli alle suggestioni parigine della Belle Époque ricostruisce un articolato periodo storico caratterizzato da rivoluzioni economiche, sociali ed estetiche, fino ad includere la Grande Guerra e a lambire le istanze avanguardiste del primo Novecento.
La mostra, curata da Tiziano Panconi e Sergio Gaddi, frutto di quattro anni di preparazione, ripercorre passo dopo passo la parabola artistica del grande maestro italo-francese che non è stato solo uno dei protagonisti di quel periodo ineguagliabile, o solo il geniale anticipatore della modernità novecentesca, ma colui che nelle sue tele ha reso ed esaltato la bellezza femminile, svelando l’anima più intima e misteriosa delle nobili dame dell’epoca.
Cristiano Banti
Alaide Banti sulla panchina, 1870-75
Olio su tavola, 30x42 cm
Collezione privata
Fonte: Consorzio La Venaria Reale
Giovanni Boldini nasce a Ferrara il 31 dicembre 1842. La sua avventura artistica, così come l'itinerario della rassegna, ha inizio negli anni Sessanta del XIX secolo con il viaggio a Firenze, seguito da numerosi spostamenti in località italiane e del Vecchio Continente - Spagna,Inghilterra, Germania, Olanda - che lo porteranno fino in Marocco e negli Stati Uniti. Durante il soggiorno a Firenze familiarizza con il gruppo del caffè Michelangelo, acquisendone alcuni tratti veristi e l'attenzione peculiare rivolta agli effetti volumetrici del chiaroscuro. Dichiara il suo affetto per Alaide Banti, figlia dell'amico Cristiano Banti, la quale tuttavia ricambierà tale interesse con una affettuosa amicizia per oltre sessant'anni.
A questo periodo risalgono La famiglia Banti, opera tonale, materica, narrativa, e il ritratto di Rodolfo Galli, nel quale il raffinato mimetismo dei capelli e lo sguardo del soggetto raggiungono vette di incomparabile realismo. Qualità ancora riscontrabile in lavori degli anni Settanta dell'Ottocento, ma gia soppiantata nel Ritratto del padre da quella tipica rapidità esecutiva resa esplicita in Signore al pianoforte, olio su tavola del 1869, ove sintesi e movimento si concretizzano nella mano sinistra sapientemente compiuta seppur abbozzata della fanciulla in primo piano. Al confronto l'olio su tela di Vincenzo Cabianca, Acquaiola della Spezia, di qualche anno precedente, risulta assai statico e fotografico. E un decennio dopo La Ciociara di Vito d'Ancona, cristallizzata in un'espressione impenetrabile, sembra gravitare piuttosto intorno alle algide figure della nuova oggettività.
Giovanni Boldini
Ritratto del padre Antonio Boldini, 1867
Olio su tavola, 65x53 cm
Collezione privata, Ferrara
Fonte: Consorzio La Venaria Reale
Nel 1871 Boldini si traseferisce a Parigi, qui può contare sull'appoggio del gallerista e mecenate  Adolphe Goupil e inizia a frequentare la modella e amante Berthe. L'affinità elettiva con il cosmopolitismo parigino lo porta a raccontare l'emancipazione sociale della donna, la vita dei salotti borghesi e aristocratici, avendo fra i committenti nobildonne delle famiglie Veil- Picard, Casati e Florio. Protagonista della comunità artistica dell'epoca, il talento unanimemente riconosciuto, partecipa ai Salons, alle Esposizioni Internazionali di Parigi e alle Biennali di Venezia di cui si fa promotore fin dalla prima edizione.
A questo periodo risalgono Marchesino a Versailles, dove la tavolozza trabocca di turchesi, rossi, verdi, bianco marmo, in una gamma variopinta, vibrante di luce; vi si accosta l'accademico Signora che legge, circondata da dettagli di gusto rocaille: gli intagli a zampa e testa di leone  e i velluti della poltrona, perfetti nella resa, al pari del cangiante velluto grigio e delle fiammature del legno miniati da Gustave Leonard de Jonghe ne Il gioco con il gatto (olio su tavola del 1865 c.), retaggio di una pittura pompier intrisa di cultura accademica di secondo Ottocento, declinata in ambientazioni barocche nella Scena di cortile dello spagnolo  Joaquín Araújo Ruano. Ma già la Dama del Primo Impero (Signora con ombrellino), olio su tavola del 1876 c., si spoglia di quegli abiti per vestire capi sfilacciati in poche spatolate. E ancora L'Allée des Rois a Versailles (1875 c. olio su tela), le figure appena accennate, rivela lo spirito irrequieto del genio che irrompe nella placida vegetazione del parco. E scuote l'ordinario quotidiano con lo strepitio dei giornali e l'urlo imperioso de Lo strillone (1878), gola profonda della società borghese. Fino a raggiungere nell'incompiuto Composizione con tavolo e spadino (1878 c.) sorprendenti afflati contemporanei, paragonabili ai graffiti nervosi di matrice pop americana.
Joaquín Araújo Ruano
Scena in cortile, 1878
Olio su tela, 80x150 cm
Arcuti Fine Art, Roma
Fonte: Consorzio La Venaria Reale
Ma l'esposizione torinese non si limita ad illustrare la produzione figurativa. Grazie ai prestiti dalle Collezioni del Museo Nazionale del Cinema e dell'Archivio Nazionale Cinema d'Impresa la pittura di Boldini dialoga con la settima arte, incarnata nelle divine del cinema muto. Così "Ma l'amor mio non muore" di Mario Caserini (1913) con Lyda Borelli; "La signora dalle camelie" di Gustavo Serena (1915) con Francesca Bertini; "Tigre reale" di Giovanni Pastrone (1916), con Pina Menichelli, accompagnano il visitatore lungo un percorso sonoro sulle note dei Works for piano solo di Reynald Hahn (Caracas, 1873 - Parigi, 1947), definito "le roi des salons", compositore in voga nei salotti mondani parigini del tempo.
Ugualmente le ricostruzioni d'ambiente, con arredi e manufatti liberty messi a disposizione dalla Fondazione Arte Nova di Romano Canavese (TO), creata nel 2011 da Giorgio Lorenzon e Cristina Ariagno, evidenziano le peculiarità di ciascun autore, di volta in volta innestate o divergenti rispetto alle sinuosità curvilinee dell'art mouveau. Oltre a ciò, candelabri, posate, vasi firmati da Roger Gallé e da Aristide dé Ranieri, porcellane viennesi, sedie e poltroncine  della scuola di Nancy, ispirati alle forme armoniose della natura, rappresentano esempi eccellenti dell' accurata ricerca estetica, della notevole abilità tecnica e della piena affermazione raggiunta dalle arti applicate agli albori del XX secolo.
Giovanni Boldini
Coppia in abito spagnolo con due pappagalli, 1873 ca.
Olio su tavola, 25x35 cm
Collezione d'Arte Banca Carige, Genova
Fonte: Consorzio La Venaria Reale
Osservando la teoria di ritratti affacciati alle pareti, immediati sono i rimandi a Toulouse Lautrec (A teatro,  pastello su carta di fine Ottocento con i lineamenti grotteschi dei volti scolpiti dalla luce radente), alle danzatrici dell'amico Degas (Dopo il ballo), a Giacomo Grosso (Ritratto di Madame Seligman).
Decisamente più classici il Ritratto di Robert de Montesquiou di Antonio de la Gandara, bellissime le acqueforti di Paul César Helleu dedicate a Consuelo Vanderbilt e J. A. McNeill Whistler; fotografici, quasi idealizzati quelli di Vittorio Matteo Corcos. Bellissimi, ma ancora una volta superati dai capolavori ancorché di piccolo formato di Boldini, come, ad esempio, il profilo femminile solidamente caratterizzato de La tenda rossa, (1904) stupendamente modulato su calde tinte rugginose, o la Signora in abito giallo, 1893 c., olio vorticoso adagiato sulle morbide venature del supporto ligneo.
Programmatico in questo senso la Statua nel parco di Versailles travolta da folate di vento che agitano il fogliame fino a colpire illusoriamente l'osservatore. "E' un vento forte che scuote l'immobilità dell'immagine, la sua facilità, il suo limite illustrativo...", sottolinea il critico Vittorio Sgarbi1.
Immancabili i pastelli, tecnica privilegiata per lavori di rapida esecuzione (come non pensare al celeberrimo ritratto di Giuseppe Verdi?), ben nota fra gli altri a Lautrec e Degas. Realizzati su carta: La testa bruna, tracciata con ruvidi tratti neri e a sanguigna; Donna elegante seduta in ampio decolleté; La contessa de Rasty a letto e La contessa de Rasty coricata, realizzata su seta ad esaltare la voluttà della modella, il suo incarnato lunare avvolto nella mise impalpabile di pigmenti volatiti dai colori tenui. E il pastello su tela Ritratto di signora in bianco con guanti neri e ventaglio, giocato sul contrasto vellutato dei non colori.
Unico esemplare ad acquerello Signora davanti alla stufa, scena domestica di sapore bohemien.
Giovanni Boldini
Signora con ombrellino (o parasole) (1876 ca.)
Olio su tavola, 35,4x23,5 cm
Collezione Palazzo Foresti, Carpi
Fonte: Consorzio La Venaria Reale
I primi anni '10 del Novecento, sanciscono la definitiva esasperazione drammatica dei ritratti femminili, spesso aulici, di proporzioni notevoli e, negli ultimi anni, proto-futuristi. Fra essi spicca decisamente la grande tela dedicata a Donna Franca Florio, realizzata tra il 1901 ed il 1924, capolavoro simbolo della Belle Époque e ospite d'onore della rassegna.
Progressivamente la tavolozza si riduce all'essenziale: nero per occhi alla Modigliani (Ritratto di danzatrice), bianco serico per abiti alla moda, labbra accese di rosso, mescolati per ottenere il rosa degli inserti floreali (Ritratto di Madame Eugène Doyen). Talora i colori lividi e vorticosi si placano in un dettaglio, scelto come vero e proprio occhio del ciclone, qual è la perla incastonata nell'anello della nobildonna abbigliata con  La camicetta di voile.
Compaiono i nudi risolti in pennellate ruvide (La lettura a letto) o  dalla silhouette elegante, l'incarnato eburneo in netto contrasto con il drappo scarlatto tracciato con decise pennellate rettilinee (Ritratto di signora nuda seduta di profilo).
Si tratta di ambientazioni teatrali, scenografiche ricostruzioni in studio declinate in chiave allegorica, irriverente, in Nudi nell'atelier: qui il pittore ride beffardo e divertito delle due modelle, una seria, l'altra ridanciana, emblema di vanitas e dei risvolti tragicomici dell'esistenza. Anche i colori utilizzati dall'autore al crepuscolo di una brillante carriera  esprimono tale amibivalenza. Mondanità e rigore, euforia e malinconia. Due facce della stessa medaglia che trovano riscontro nelle statiche pose dei soggetti maschili Il Marchese Buoncompagni, Ritratto di Monsieur Olympe Heriot in divisa, realizzati con distaccato formalismo.
Degne di nota sono infine le grandi composizioni Natura morta di Rothschild (1911 c.) dove l'ordine è sconvolto da una furia centrifuga che a malapena risparmia i fagiani e i piatti da portata al centro della scena. Tensione all'astrattismo ormai palese nelle ampie pennellate cremisi dei Gladioli rosa, mescolate con foglie verdi e dilatate fino a scomparire nelle campiture uniformi dello sfondo.
Giovanni Boldini
Ritratto della danzatrice spagnola Anita De La Feria, 1901
Olio su tela, 54,5x42 cm
Collezione privata
Fonte: Consorzio La Venaria Reale
Le opere provengono da sessanta diversi prestatori, dai principali musei internazionali quali il Musée des Beaux-Arts di Tours, Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino, Raccolte Frugone-Villa Grimaldi di Fassio di Genova, Museo del Paesaggio di Verbania (cui appartiene il busto in gesso di un Boldini severo e assorto, modellato da Paul Trubetzkoy), Collezioni Artistiche. Banca Carige, Galleria d'Arte Moderna Empedocle Restivo di Palermo, Museo Nazionale di Capodimonte e da prestigiose collezioni private difficilmente accessibili. La mostra si pone dunque come tappa imprescindibile per ricostruire la fortuna critica e il relativo contesto storico nel quale crebbe e si affermò la personalità prorompente di un uomo, figlio della modernità e della rivoluzione industriale, instancabile cronista delle contraddizioni e dei cambiamenti epocali avvenuti a cavallo dei due secoli.
Giovanni Boldini muore a Parigi l'11 gennaio 1931. Le sue spoglie dimorano nel cimitero della Certosa di Ferrara, vicino ai suoi cari. La giornalista della Gazzetta del Popolo di Torino Emilia Cardona, moglie giovanissima sposata a Parigi nel 1929 (in mostra il delicato ritratto a matita, carboncino e gessetto azzurro su carta), pochi mesi dopo la scomparsa del marito pubblica a Parigi la biografia "Vie de Jean Boldini", redatta nel corso degli anni insieme all'artista, considerata la principale fonte documentaria per i successivi studi sull'autore.
Scrive di lui, citando Gertrude Stein, un altro celebre ferrarese: "Quando i tempi avranno situato i valori al loro giusto posto, Boldini sarà considerato il più grande pittore del secolo scorso. Tutta la nuova scuola è nata da lui, perché egli, per primo, ha semplificato la linea e i piani"2.

1) V. Sgarbi, Davanti all'immagine, Rizzoli, Milano 1989, p. 160
2) Id., pp. 161-162

GIOVANNI BOLDINI
Dal 29 luglio 2017 al 28 gennaio 2018
Reggia di Venaria Reale - Sale delle Arti, 2° piano
Piazza della Repubblica 4, Venaria Reale (TO)
Informazioni, prenotazione e acquisti:
Biglietteria centrale
via Mensa 34 - Venaria Reale (Centro Storico a ridosso della Reggia)
tel. +39 011 4992333; prenotazioni@lavenariareale.it
Orario: da martedì a venerdì dalle 9 alle 17, sabato, domenica e festivi dalle 9 alle 19.30. Lunedì chiuso. La biglietteria chiude 1 ora prima.
www.lavenaria.it

sabato 30 dicembre 2017

GIACOMO GROSSO. UNA STAGIONE TRA PITTURA E ACCADEMIA

Ritratto Femminile, 1929
Olio su tela, cm 175 x 100
Firmato e datato in basso a sinistra
Collezione privata
La mostra dedicata a GIACOMO GROSSO (Cambiano 1860 - Torino 1938) è il secondo appuntamento del ciclo «I Maestri dell’Accademia Albertina», promosso e organizzato dall’Accademia Albertina di Belle Arti e dal Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto, inaugurato nel 2016 con la rassegna su Andrea Gastaldi.
L’esposizione, curata da Angelo Mistrangelo, con i contributi critici di Gian Giorgio Massara, Clelia Arnaldi di Balme e Silvia Mira, si concentra sull’attività pittorica dell’artista, sugli anni d’insegnamento all’Accademia e sulla sua partecipazione ai grandi eventi internazionali.
Allievo di Andrea Gastaldi e poi, per quarantasei anni, docente di disegno e pittura all’Accademia Albertina di Torino, fu Senatore del Regno d’Italia e autore di mirabili ritratti, grazie ai quali ottenne la sua maggiore notorietà.
Ritratto di Ernesto Balbo Bertone di Sambuy, 1912
Olio su tela, cm 50 x 70
Dedicato "Alla Marchesa Di Lesegna – Di Sambuj"
Firmato e datato in basso a destra
Collezione privata
Invitato alla Quadriennale di Torino, alle sociali della «Promotrice» e del Circolo degli Artisti, partecipò per ben quattordici volte con un corpus di cento opere alla Biennale di Venezia, espose a Parigi, Vienna, Dresda, Buenos Aires e in diverse rassegne internazionali. Il percorso espositivo, costituisce l'occasione per rileggere la vita e le fasi dell'intensa attività produttiva dell'autore alla luce di numerose testimonianze, alcune inedite, frutto di un’ampia ricerca biobibliografica e di recenti indagini d'archivio, arricchite da un ricco patrimonio di immagini, scritti e fotografie appartenenti a collezionisti privati.
Le opere esposte, provenienti da collezioni private, Musei e Fondazioni piemontesi e italiane, sono suddivise in quattro sedi istituzionali, ognuna delle quali dedicata all'approfondimento di aspetti peculiari della figura di Grosso: a Cambiano, presso il Palazzo Comunale; a Torino, presso la Pinacoteca dell’Accademia Albertina, il Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto e Palazzo Madama.
Il volto della madre
Olio su tela, cm 63,5 x 50,5
Firmato in basso a sinistra
Pinacoteca dell’Accademia Albertina, Torino (inv. 428)
Nella Sala del Consiglio del Palazzo Comunale di Cambiano il «corpus» di opere e di documenti concorre a delineare la vita e la storia artistica di Grosso a partire dagli studi giovanili, fino alla formazione presso l’Accademia Albertina, dai ritratti dei genitori a quelli dei figli e della moglie Carolina. Tale sezione rivela i momenti salienti di un percorso che nel 1895 raggiunge l’importante palcoscenico della Biennale Internazionale di Venezia, dove il quadro Il supremo convegno farà un tale scalpore da essere condannato dal Patriarca Giuseppe Sarto, il futuro Pio X. Tra le altre opere, emerge anche, imponente e suggestivo, Il Pater Noster.
Il Pater Noster (Sacra Famiglia), 1934
Olio su tela, cm 198 x 271,5
Firmato e datato in basso a sinistra
Palazzo Comunale, Cambiano
Nelle sale della Pinacoteca dell’Accademia Albertina di Belle Arti, viene descritta l’opera del Maestro, per decenni titolare della Cattedra di Pittura presso la prestigiosa Istituzione torinese. In questo contesto si ammirano paesaggi e vedute urbane, bozzetti inediti, nature morte, composizioni floreali, ritratti e nudi femminili, tutte opere di assoluto rilievo. Tra esse spiccano La nuda del 1896, conservata alla GAM di Torino, i sontuosi ritratti di Umberto I, della Regina Elena e di Vittorio Emanuele III di Savoia, fino al dipinto su cui Grosso diede l’ultima pennellata poco prima di morire, nel 1938.
Particolarmente affascinante è la sezione «Studium», curata dal Direttore Salvo Bitonti e da Fabio Amerio, che propone la ricostruzione dello studio di Giacomo Grosso sito all'interno dell’Accademia, attraverso le sorprendenti fotografie autocrome stereoscopiche scattate all’inizio del Novecento da Ferdinando Fino, mentre un video, realizzato con la collaborazione di Lino Strangis, racconta il mondo pittorico dell'artista con la tecnica sofisticata e innovativa del «painting motion».
Regina Elena, 1904
Olio su tela, cm 275 x 170
Firmato e datato in basso a destra
Regione autonoma Valle d’Aosta (inv. 2033)
Al Museo Accorsi-Ometto campeggiano i grandi ritratti: personalità della cultura, affascinanti signore dell’aristocrazia e dell’alta borghesia, tutti raffigurati con sorprendente capacità compositiva ed espressiva. Lidia Bass Kuster (1903), Luisa Chessa (1903), Daisy de Robilant Francesetti di Malgrà (1897), La Contessa Gallo (1918), Eleonora Guglielminetti Vigliardi Paravia (1919), L’ingegner Vittorio Tedeschi (1925) con i loro volti signorili, gli sguardi profondi e i sontuosi vestiti esprimono il senso della ricerca visiva di Grosso e la straordinaria definizione degli interni. Affianca i dipinti una serie di accessori, emblemi del gusto in voga tra XIX e XX secolo: cappelli, ventagli di piume di struzzo, scarpe da sera in raso e guanti in camoscio, provenienti dalle collezioni del Liceo Artistico Aldo Passoni di Torino e due abiti, l’uno parte di una collezione privata di abiti d’epoca, l’altro appartenente alla celebre Sartoria Devalle.
Vaso di rose, 1916
Olio su tela, cm 70 x 50
Firmato e datato in basso a destra
Collezione privata
Courtesy Galleria Il Portico, Pinerolo
Infine, nella Corte Medievale di Palazzo Madama è conservata l’imponente «Cornice d’alcova» di Giacomo Grosso, cornice scolpita e dorata raffigurata in numerosi quadri. Al suo interno è collocata - fino al 23 ottobre - una significativa tela del 1907, la Ninfea, esposta nello stesso anno alla Biennale Internazionale di Venezia.
La mostra, a ventisette anni dall'antologica ospitata alla Promotrice delle Belle Arti di Torino, costituisce, quindi, una nuova occasione di riflessione e di aggiornamento su un «Maestro dell’Accademia Albertina» di indiscusso talento, di altissimo valore tecnico-artistico e dalla rilevante personalità.

I Maestri dell’Accademia Albertina

GIACOMO GROSSO. Una stagione tra pittura e Accademia
Fino al 28 gennaio 2018

MUSEO DI ARTI DECORATIVE ACCORSI - OMETTO
Via Po 55, Torino
T. 011 837 688 int. 3; info@fondazioneaccorsi-ometto.it
Orari: da martedì a venerdì 10-13; 14-18; sabato e domenica 10-13; 14-19; lunedì chiuso
www.fondazioneaccorsi-ometto.it

PINACOTECA DELL’ACCADEMIA ALBERTINA

Via dell’Accademia Albertina 8, Torino
T. 011 08973 7; pinacoteca.albertina@copatitalia.com
Orari: lunedì, martedì, giovedì, venerdì, sabato, domenica e giorni festivi 10-18 (ultimo ingresso alle 17.30); mercoledì chiuso
www.pinacotecalbertina.it

PALAZZO COMUNALE DI CAMBIANO
Piazza Vittorio Veneto, Cambiano
T. 011 944 01 05 int. 6; info@comune.cambiano.to.it
Orari: da martedì a domenica 15-18; sabato e domenica 10-12.30; lunedì chiuso
Ingresso gratuito
www.comune.cambiano.to.it

Fino al 23 ottobre 2017
PALAZZO MADAMA
Museo Civico d’Arte Antica
Piazza Castello, Torino
T. 011 443 35 01; palazzomadama@fondazionetorinomusei.it
Orari: da lunedì a domenica 10-18 (la biglietteria chiude alle 17); martedì chiuso
www.palazzomadamatorino.it

giovedì 28 dicembre 2017

MIRÓ. SOGNO E COLORE

Joan Miró
Femme dans la rue, 1973
Oil on canvas, 195x130 cm
© Successió Miró by SIAE 2017
Archive Fundació Pilar i Joan Miró a Mallorca
Foto: Joan Ramón Bonet & David Bonet
Terminerà il 14 gennaio prossimo la mostra MIRÓ. SOGNO E COLORE, dedicata al celebre artista catalano, a cura di Pilar Baos Rodríguez.
Se le cronache restituiscono da qualche tempo gli esiti delle battaglie politiche e civili della regione indipendentista spagnola - senza entrare nel merito della questione, forse col beneplacito dello stesso Mirò - l'arte, attraverso i suoi codici universali, offre dell'attualità una visione  decisamente più colorata e sfaccettata.
Come sottolinea la direttrice dei Musei Reali di Torino Enrica Pagella:"I Musei Reali ospitano un nuovo appuntamento con l’arte moderna e con uno degli artisti che ne hanno maggiormente segnato la storia. L’esposizione approfondisce il momento più felice della ricerca dell’artista, tra il 1956 e il 1983, anno della morte, ed evidenzia opportunamente le radici storiche e visive che l’hanno alimentata."
Joan Miró (Barcellona, 1893 - Palma di Maiorca, 1983) ha difatti attraversato un lungo arco temporale che gli ha permesso di militare tra le fila di svariati movimenti d'avanguardia: fauvisme negli anni '10 del Novecento, surrealismo negli anni '20, astrattismo di matrice americana negli anni '60 e di accostarsi ai linguaggi sperimentali del proprio tempo.

          130 opere, quasi tutti olii di grande formato, si susseguono nelle sale di Palazzo Chiablese grazie al generosissimo prestito della Fundació Pilar i Joan Miró a Maiorca, che conserva la maggior parte della produzione creata  durante la permanenza sull’isola. Qui, dal 1956 sulle colline di Cala Major, ha sede Taller Sert spazio progettato dall'amico docente e architetto Josep Lluis Sert, con lo studio Son Boter luogo creativo e buen retiro dell'autore per oltre venticinque anni. L'esposizione presenta capolavori degli anni Sessanta e Ottanta del secolo appena trascorso quali Femme au clair de lune (1966),  Femme dans la rue (1973), a sottolineare il profondo interesse che nutrì per il genere femminile, assieme a opere realizzate negli ultimi anni di carriera con materiali di riciclo accumulati con acribia collezionistica nel corso di una vita.
Nella sezione "Studio di Mirò" una teca raccoglie alcuni di questi oggetti: la foto di un Moai, una scatola di acquerelli di importazione giapponese, l'immagine dell'Onda di Hokusai, un fischietto in ceramica del tipico artigianato maiorchino, una pigna, un segmento di bambù, pastelli francesi, una valva di conchiglia, oltre a manufatti antropomorfi dalle fogge primitive. Metafora della propria poetica e al tempo stesso simboli di un preciso modo di intendere il processo creativo: "Il mio studio è come un orto. Lavoro come un giardiniere o un viticoltore. Le cose maturano lentamente, il mio vocabolario di forme, ad esempio, non l'ho scoperto in un sol colpo", ebbe ad affermare.
Joan Miró
Oiseaux, 1973
Oil and acrylic on canvas, 115,5x88,5 cm
© Successió Miró by SIAE 2017
Archive Fundació Pilar i Joan Miró a Mallorca
Foto: Joan Ramón Bonet & David Bonet
          Certamente il suo metodo di lavoro, seppur meticoloso e ragionato, deve molto all'automatismo psichico del Surrealismo, movimento cui Mirò aderì e che conferì quella parte gestuale predominante in tutta la sua produzione, fondamentale nell'instaurare un dialogo diretto e autentico col proprio pubblico. La successione non diacronica delle opere tende dunque ad evidenziare alcuni assunti basilari dei differenti periodi della sua parabola artistica.
Fra le aree tematiche in cui è suddivisa l'esposizione, ampio spazio è dedicato alle "Radici", al principio di tutte le cose: "La terra, la terra, nient'altro che la terra. Qualcosa di più forte di me", come si legge fra le sue dichiarazioni. Così un grande olio su tela, non datato, dai colori acquosi, terrosi, stesi di getto, gli olii su cartone realizzati dal 1917 al 1978 esprimono una fisicità e  una cromìa primitive trasversali rispetto all' evoluzione stilistica. Abile ceramista, Mirò tradusse plasticamente tale ancestralità in maniera quasi tautologica, ad esempio nella scultura antropomorfa in ceramica, terracotta e porcellana e in quella zoomorfa in ceramica e terracotta, entrambe del 1980.

          Ma la ricerca di Mirò non si sofferma su un singolo aspetto, egli attinge liberamente alla scrittura ideografica giapponese in opere monocrome degli anni Settanta, così come all'estetica organica di Gaudì, nelle 10 maquette dai profili vivacemente colorati. Nulla gli è indifferente sul piano formale, pertanto ad una ripetitività dei soggetti corrispondono soluzioni tecniche che mescolano gouache, inchiostro, matita, pastelli e collage su carta; oppure i quadri astratti si compongono di un felice intreccio di olio, pastello e cera su masonite; olio e matita coesistono in un tratto sottile e lineare su compensato. Infine con opere ardite in cui si combinano giornale, guazzo, inchiostro, corda legno e filo metallico la superficie della tela raggiunge una spazialità di consistenza scultorea.
Soluzioni nelle quali l'eleganza formale si fonde con una purezza concettuale articolata sulla combinazione di pochi essenziali colori: bianco per il fondo, nero per pennellate repentine e rosso per polarizzare lo sguardo su un'area focale. Per passare dopo tanto trionfo di materiali ad opere minimaliste, vicine ai monocromi suprematisti.
"Mi sforzo di raggiungere il massimo della chiarezza, della potenza e dell'espressività plastica, cioè di provocare per prima cosa una sensazione fisica per poi arrivare all'anima." Adottando, se occorre, il fraseggio dirompente del proprio tempo: espressionismo astratto di Pollock (con l'uso del dripping, come testimoniato da un video in mostra), di Johns, il new dada di Rauschenberg, o il graffitismo di Twombly e Basquiat, perché, al di là di asettici campanilismi, non omise di ammirare "molto l'energia e la vitalità dei pittori statunitensi".

          La rassegna torinese presenta, nel corso dell'articolato percorso, 24 opere di piccolo e medio formato su carta e cartoncino, ad olio e gouache su foglio di giornale, ad inchiostro, olio e collage su carta, oltre ad acqueforti e acquetinte su carta, dove nuovamente ritornano i soggetti prediletti: Femme, il pastello Paysage, il monocromo L'oiseau s'envolve vers l'ile deserte. In questa sezione  - "Le principali influenze di Mirò" -, le immagini tratte dalla rivista d'arte "Derrière le miroir" e le incisioni per il poema di Pablo Neruda "El sobreviviente visita los pàjaros", dialogano con le parole: essenziali come arabeschi, eleganti come la calligrafia cufica, perché: "Il pittore lavora come il poeta: prima viene la parola, poi il pensiero".
Per concludere, la sezione il "Vocabolario della forma" rappresenta l'epilogo di una vita spesa per l'arte, al termine della quale la semplificazione del significante diventa manifesto di assoluta libertà, dove "Le forme germogliano e mutano, si interscambiano e così creano la realtà di un universo di segni e di simboli". Una realtà che genera atmosfere oniriche, con emergenze di rossi, gialli, blu, verdi saturi, sublimati nella sala conclusiva da proiezioni a soffitto ritmate sulle note musicali di una melodia magica e fiabesa.

MIRÓ. SOGNO E COLORE

Dal 4 ottobre 2017 al 14 gennaio 2018
Palazzo Chiablese
Piazzetta Reale
Info: 011024301
www.mostramirotorino.it

lunedì 18 dicembre 2017

CARLO BONONI A FERRARA

Carlo Bononi
Trinità adorata dai Santi, 1616-17
Ferrara, chiesa di Santa Maria in Vado
La Fondazione Ferrara Arte con le Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara in collaborazione con i Musei di Arte Antica del Comune di Ferrara, presentano nelle sale di Palazzo dei Diamanti, CARLO BONONI. L'ultimo sognatore dell'Officina ferrarese, a cura di Giovanni Sassu e Francesca Cappelletti, prima mostra monografica dedicata a un autore e a un periodo, il Seicento ferrarese, spesso offuscati dalla magica stagione rinascimentale degli Este.
Carlo Bononi
Annunciazione, 1611
Olio su tela, cm 286 x 196
Gualtieri (RE), Santa Maria della Neve
Pittore naturalista, autore di grandi cicli decorativi sacri e di pale d’altare, Carlo Bononi (1569?-1632) in anni di contrasti religiosi, terremoti e pestilenze, elabora un personale linguaggio pittorico fondato sul sapiente uso della luce e sul magistrale ricorso alla teatralità tale da annoverarsi fra i primi pittori barocchi della penisola.
Guido Reni, a pochi anni dalla morte, ne esalterà la «sapienza grande nel disegno e nella forza del colorito». Un secolo dopo i viaggiatori del Grand Tour, da Charles Nicolas Cochin a Johann Wolfgang Goethe ne riconoscono le qualità artistiche; l’abate Luigi Lanzi nella Storia pittorica d’Italia lo definisce «un de’ primi che l’Italia vedesse dopo i Caracci». Jakob Burckhardt nel "Cicerone" (1855) davanti alle decorazioni di Santa Maria in Vado si dichiarava convinto di trovarsi di fronte al prodotto di una delle menti più brillanti del suo tempo.
Carlo Bononi
Pietà, c. 1623
Olio su tela, cm 244 x 124,5
Ferrara, chiesa delle Sacre Stimmate
Giunto a Ferrara il 16 ottobre del 1786, Johann Wolfgang Goethe trova una città «bella, grande [ma] piatta e spopolata». L’unica cosa che lo rallegra nel corso del brevissimo soggiorno è «la geniale trovata d’un pittore, autore di un San Giovanni Battista davanti ad Erode ed Erodiade» nella chiesa di San Benedetto, nel quale due cagnolini, uno sbucato da sotto la veste di Erodiade, abbaiano al profeta mal vestito e seminudo. Goethe non conosce l’autore di quel quadro e non sa che 26 anni prima il padre, Johann Caspar, era rimasto colpito dalle opere realizzate dallo stesso pittore nelle chiese di San Cristoforo alla Certosa e di Santa Maria in Vado, al punto da ricordarne la sepoltura avvenuta in quest’ultimo luogo. Il quadro che tanto colpì Goethe junior non esiste più: il bombardamento del 28 gennaio 1944 su San Benedetto se l’è portato via e oggi lo conosciamo attraverso un’incisione di Andrea Bolzoni.
Giovanni Lanfranco
Sant’Agata curata da san Pietro e l’angelo, c. 1613-14
Olio su tela, cm 100 x 132
Complesso Monumentale della Pilotta, Galleria Nazionale di Parma
Su concessione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo
Artista prolifico, grandissimo disegnatore, inquieto sperimentatore e infaticabile viaggiatore, si misurò con le novità provenienti dalla Venezia di Tintoretto, dalla Bologna dei Carracci fino alla Roma di Caravaggio e di Lanfranco. Roberto Longhi, nel 1934, quando il Seicento estense è ancora lontano dall’essere compreso, lo definisce «l’ultimo grande pittore ferrarese», assegnando a lui - e non al più noto (e studiato) Scarsellino - il ruolo storico di chiudere la grande stagione dell’Officina.
Eccezion fatta per la monografia di Andrea Emiliani del 1962 e per il periodo che lo vide attivo a Reggio Emilia tra il 1616 ed il 1629 la sua carriera risulta di difficile ricostruzione. La mostra ferrarese attraverso nuove ipotesi critiche e una serie di confronti con maestri quali Guercino e Guido Reni, ritrae un Bononi "nuovo", figlio e protagonista del suo tempo.
Il percorso inizia mettendo a confronto un’opera della maturità, la Pietà - commissionata dal drammaturgo e poeta ferrarese Ascanio Pio di Savoia entro il 1624 per la chiesa ferrarese delle Sacre Stimmate -, con i dipinti di Carracci e Carracci, due artisti con cui Carlo instaurerà una dialettica forte e duratura.
Carlo Bononi
Madonna col Bambino in trono con i santi Francesco, Matteo e Giovanni Battista, 1623-25
Olio su tela, cm 144 x 91
Collezione privata
Attorno al 1602 si attestano le opere d’esordio: qui la tradizione cromatica di Dosso Dossi si coniuga con la Venezia contemporanea. Altrove è la svolta impressa in particolare da Ludovico Carracci, ad esempio nella Madonna col Bambino e i santi Giorgio e Maurelio del Kunsthistorisches Museum di Vienna, prima commissione pubblica del pittore per i Consoli alle Vettovaglie; oppure nella muscolare ed elegantissima Sibilla della Fondazione Cavallini-Sgarbi, già nell’Oratorio di Santa Maria della Scala. La piena affermazione di Bononi in centri come Mantova (1614) e Reggio Emilia (1616), preannuncia la grandiosa impresa di Santa Maria in Vado, composta dai magniloquenti teleri dei soffitti della navata e del transetto ma, soprattutto, dall’avvolgente decorazione del catino absidale (terminati nell’agosto del 1617), ove soluzioni formali di stupefacente modernità, desunte in particolare da Palma il Giovane, competono con la cupola di Sant’Andrea della Valle a Roma dipinta da Lanfranco (1625-27), considerata l’atto di fondazione della decorazione barocca.
Guido Reni
San Sebastiano, c. 1616
Olio su tela
Genova, Musei di Strada Nuova, Palazzo Rosso
Opere ardite il cui sperimentalismo è riscontrabile ancora nella decorazione del Santuario della Beata Vergine della Ghiara a Reggio Emilia (1622), come testimoniano in rassegna la mirabile serie di disegni preparatori e la Giunone di collezione privata, proveniente dai soffitti di una casa ferrarese o, secondo alcuni studiosi dallo stesso Palazzo dei Diamanti.
È in questo frangente che Bononi mette a punto una formula espressiva che unisce gli stilemi di Correggio con il classicismo di Guido Reni, coniugando la sensualità del nudo con le esigenze votive e rappresentative in voga in quegli anni, fino a costituirne un proprio tratto peculiare, specie in capolavori come l’Angelo custode (Ferrara, Pinacoteca Nazionale) dalla chiesa di Sant’Andrea o il San Sebastiano della Cattedrale di Reggio Emilia.
Carlo Bononi
San Sebastiano, c. 1622-23
Olio su tela, cm 250 x 160
Reggio Emilia, Cattedrale
Terminate le decorazioni di Santa Maria in Vado Carlo Bononi si reca a Roma, dove entra in contatto con il naturalismo di Caravaggio e con gli artisti impegnati a sperimentare nuovi mezzi espressivi: Orazio Borgianni, Carlo Saraceni, Giovanni Lanfranco e, forse, Simon Vouet.
Oltre ai dipinti in mostra San Paterniano che risana la cieca Silvia di Fano e il Genio delle arti, all'esperienza romana risalgono committenze legate al tema della musica, materia che l’artista doveva aver praticato vista la familiarità con Antonio Goretti, melomane e mecenate in contatto con personalità del calibro di Monteverdi.
Capace di affrontare opere di considerevoli dimensioni in pochissimo tempo, Bononi è anche un lirico cantore di dipinti di formato ridotto, ai quali è dedicata un'apposita sezione: il percorso diacronico rivela uno splendido colorista in ambito sacro (come nella Raccolta della manna di collezione privata, un tempo in Santa Caterina a Ferrara) nonché creatore di forme profane tanto minute quanto possenti (Enea fugge da Troia in fiamme con Anchise e Ascanio della Collezione Grimaldi Fava).
Carlo Bononi
San Ludovico scongiura la peste, 1632
Olio su tela, cm 140 x 180
Vienna, Kunsthistorisches Museum, Gemäldegalerie
Dopo il 1625, negli anni della piena maturità, Carlo si mostra capace di dispiegare con sapienza diversi registri espressivi. Nuove commissioni prestigiose provengono fra le altre dalla duchessa di Modena Eleonora d’Este per la pala della cappella di famiglia in San Domenico.
La parabola artistica e umana di Carlo si chiude a Ferrara nel 1632, non senza qualche difficoltà, avendo raggiunto l'equilibrio tra sentimento e religiosità. L’incompiuto San Luigi di Francia invoca la fine della peste del Kunsthistorisches Museum di Vienna, commissionato dal Maestrato di Ferrara in occasione dell’epidemia del 1630, ne rappresenta il testamento poetico: un patrimonio di dolcezza, suadenza e malinconia che la mostra di Palazzo dei Diamanti colloca, com'è doveroso, al fianco dei grandi artisti della scuola di Ferrara: Cosmè Tura, Francesco del Cossa, Ercole de’ Roberti, Garofalo e Dosso Dossi dei quali fu l’ideale continuatore.

CARLO BONONI
L'ultimo sognatore dell'Officina ferrarese

Dal 14 ottobre 2017 al 7 gennaio 2018
Palazzo dei Diamanti - Ferrara
Orario: tutti i giorni dalle 9 alle 19. Aperto anche il 25 e 26 dicembre e il 1 e 6 gennaio. Apertura serale straordinaria fino alle 23,30 il 31 dicembre.
Per informazioni: tel. 0532 244949; diamanti@comune.fe.it
www.palazzodiamanti.it

martedì 21 novembre 2017

CESARE FERRO E TOMMASO JUGLARIS AL CIRCOLO DEGLI ARTISTI



Si terrà giovedì 23 novembre p.v. alle ore 18,30 presso il Circolo degli Artisti, in via Bogino 9 a Torino, la conferenza dal titolo "Cesare Ferro e Tommaso Juglaris, due presenze oltreoceano", a cura del giornalista e storico dell'arte Gian Giorgio Massara. Attraverso una selezione di immagini si ricostruiranno le vicende dei due maestri piemontesi e delle rispettive esprienze in terra straniera. Cesare Ferro Milone (Torino, 1880 - Usseglio, 1934) soggiornò in Siam, dove fu stimato pittore e ritrattista di corte, Tommaso Juglaris (Moncalieri, 1844 - 1925 ) si recò più volte negli Stati Uniti, dove insegnò ed eseguì fra l'altro il monumentale fregio nella biblioteca Ray Memorial di Franklin (Massachusset) e l'importante ciclo pittorico nella cupola del Campidoglio dello Stato del Michigan. Due figure a confronto che tra successi e difficoltà seppero affermare il loro talento oltre i confni nazionali.
Per informazioni: t. 011 8128718
www.circolodegliartistitorino.it