Il Senegal. Le coste basse e sabbiose, i dolci pendii, il clima tropicale e la luce abbagliante del sole sembrano essere spazi ideali per fermarsi e trarre le fila di un destino alla deriva.
Istantanee dal Senegal non è un libro di viaggio convenzionale: non è una guida turistica, non propone itinerari né la descrizione dettagliata di siti e monumenti, ma è piuttosto una riflessione profonda e personale sul senso dell’esperienza vissuta in una terra distante e sulle trasformazioni interiori che essa ha generato nell’autrice. Il testo nasce dal soggiorno di quasi due anni in Africa occidentale, vissuti come tempo sospeso, lontano dai figli e dagli affetti, un tempo per cercare i nodi irrisolti del quotidiano nel tentativo di sciogliere l’intricata matassa di invalse consuetudini.
Istantanee dal Senegal non è un libro di viaggio convenzionale: non è una guida turistica, non propone itinerari né la descrizione dettagliata di siti e monumenti, ma è piuttosto una riflessione profonda e personale sul senso dell’esperienza vissuta in una terra distante e sulle trasformazioni interiori che essa ha generato nell’autrice. Il testo nasce dal soggiorno di quasi due anni in Africa occidentale, vissuti come tempo sospeso, lontano dai figli e dagli affetti, un tempo per cercare i nodi irrisolti del quotidiano nel tentativo di sciogliere l’intricata matassa di invalse consuetudini.
La narrazione si presenta come un insieme di “istantanee”, quasi un carnet de voyage dove fissare frammenti di vita, brani poetici, pensieri, emozioni, incontri, restituiti in uno stile sobrio, diretto e confidenziale.
Questo registro comunicativo fa sì che il lettore percepisca il racconto come una conversazione intima, piuttosto che come un resoconto strutturato o un romanzo. Nel complesso, ciò che emerge è un percorso sulla rotta di mappe interiori – più che geografiche – in cui all'azione esteriore corrisponde un moto dell’anima e del pensiero.
Proprio in questo consiste la forza del libro, nella capacità di Elisabetta Picco di cogliere l’universale nel particolare, di attivare un confronto dialettico tra dimensione soggettiva e immaginario collettivo, fino a far coincidere talora il proprio punto di vista con quello del pubblico. Il sorriso derivante da un incontro casuale, i silenzi carichi di significato, l’empatia con la popolazione locale che – pur segnata da difficoltà materiali e culturali – si volge al mondo esterno con leggerezza, resilienza e calore umano, non sono semplici annotazioni di un diario, ma esprimono la volontà di mettersi in discussione alla luce dell’incontro con l’altro.
Proprio in questo consiste la forza del libro, nella capacità di Elisabetta Picco di cogliere l’universale nel particolare, di attivare un confronto dialettico tra dimensione soggettiva e immaginario collettivo, fino a far coincidere talora il proprio punto di vista con quello del pubblico. Il sorriso derivante da un incontro casuale, i silenzi carichi di significato, l’empatia con la popolazione locale che – pur segnata da difficoltà materiali e culturali – si volge al mondo esterno con leggerezza, resilienza e calore umano, non sono semplici annotazioni di un diario, ma esprimono la volontà di mettersi in discussione alla luce dell’incontro con l’altro.
Il libro affronta tematiche complesse come la sofferenza, la povertà, il patriarcato e le strutture sociali, soprattutto attraverso la lente personale della narratrice. Piuttosto che limitarsi a giudicare o a offrire soluzioni, l’autrice condivide con sincerità le sue difficoltà a interpretare e comprendere certi aspetti della vita senegalese, mostrando il proprio impegno a mantenere lo sguardo vigile, a evitare giudizi preconcetti e il rifiuto di cedere a facili sentimentalismi. Questo approccio conferisce al testo una profonda carica umana, rendendo tangibile il contrasto tra culture e al tempo stesso offrendo una possibilità di dialogo autentico tra mondi diversi.
Anche sul piano stilistico, la scelta di frammentare il racconto in “istantanee” si rivela efficace nel trasmettere la natura episodica e sensoriale delle esperienze più incisive: il servizio volontario presso la pouponnière, l’incontro con l’infanzia mendicante dei talibé, discepoli dei marabouts (santoni venerati dalla popolazione locale), l’escursione nel delta del Sine Saloum, dal 2011 patrimonio mondiale dell’umanità.
Anche sul piano stilistico, la scelta di frammentare il racconto in “istantanee” si rivela efficace nel trasmettere la natura episodica e sensoriale delle esperienze più incisive: il servizio volontario presso la pouponnière, l’incontro con l’infanzia mendicante dei talibé, discepoli dei marabouts (santoni venerati dalla popolazione locale), l’escursione nel delta del Sine Saloum, dal 2011 patrimonio mondiale dell’umanità.
Chi cerca nel libro una trama lineare o un arco narrativo ben definito potrebbe restare deluso: per quanto non sia esclusa del tutto una scansione cronologica, con date precise a sottolineare gli avvenimenti cruciali, Istantanee dal Senegal riflette la natura in fieri delle circostanze, rimarca l’assenza di un nesso causale e di un ordine predefinito degli accadimenti. In conclusione, si può considerare il testo come un itinerario emotivo e spirituale, in cui il Senegal diventa specchio e teatro di un percorso di riscoperta del sé. La scrittura semplice e accogliente, unita alla profondità delle riflessioni, offre al lettore non solo uno sguardo sulla cultura africana, ma soprattutto uno spunto per riflettere sulle relazioni col prossimo, con la sofferenza e per restituire nuova linfa a un’esistenza inerte. Un libro che, pur non essendo di facile collocazione nei generi tradizionali, si rivela prezioso per chi vuole esplorare il confine sottile tra viaggio e metamorfosi individuale.
Appunti di un viaggio lungo il filo perduto dei miei passi
Paola Caramella Editrice, 2025
ISBN: 88 9854 9741
Pagine: 166
Paola Caramella Editrice, 2025
ISBN: 88 9854 9741
Pagine: 166




