giovedì 31 maggio 2018

RENATO GUTTUSO

Zolfara, 1953
Olio su tela, 201,5 x 311 cm
Regole d’Ampezzo, Museo d’Arte Moderna "Mario Rimoldi", Cortina d’Ampezzo
È in corso, fino al 24 giugno 2018, l'esposizione curata da Pier Giovanni Castagnoli, RENATO GUTTUSO. L’arte rivoluzionaria nel cinquantenario del ‘68, ospitata negli spazi rinnovati della GAM di Torino. Il pittore siciliano, presenza di forte rilievo nella storia dell’arte italiana del Novecento, è qui rappresentato da alcune delle più significative tele di soggetto politico e civile dipinte tra la fine degli anni Trenta e la metà degli anni Settanta.
Figura nodale nel dibattito concernente i rapporti tra arte e società nel secondo dopoguerra, ha significativamente accompagnato un ampio tratto del suo cammino.
Curata da Pier Giovanni Castagnoli, con la collaborazione degli Archivi Guttuso, la mostra raccoglie e presenta circa 60 opere provenienti da importanti musei e collezioni pubbliche e private europee. Primeggiano alcune delle più significative tele di soggetto politico e civile dipinte dall’artista lungo un arco di tempo che corre dalla fine degli anni Trenta alla metà degli anni Settanta.
Balcone (figure tavolo e balcone), 1942
Olio su tela, 150,5 x 110,5 cm.
Rovereto, Mart - Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto
Collezione VAF - Stiftung
Nell’ottobre del 1967, cinquantesimo anniversario della rivoluzione d’ottobre, Renato Guttuso (Bagheria, Palermo 1911 - Roma 1987) scriveva su "Rinascita", rivista politico-culturale del Partito Comunista Italiano, un articolo intitolato Avanguardie e Rivoluzione, nel quale il pittore riconosceva alla rivoluzione il titolo inconfutabile e meritorio di essere stata il fondamento di una nuova cultura, con la quale profondamente sentiva di identificarsi e che lo induceva a chiudere il suo scritto con l’esplicita professione di fede: "L’arte è umanesimo e il socialismo è umanesimo".
Guttuso era stato, a partire dagli anni della fronda antifascista e tanto più nel secondo dopoguerra, un artista che, come pochi altri in Italia, si era dedicato con perseverante dedizione e ferma convinzione a ricercare una saldatura tra impegno politico e sociale ed esperienza creativa, nella persuasione che l’arte, nel suo caso la pittura, possa e debba svolgere una funzione civile e sia costitutivamente dotata di una valenza profondamente morale.
Funerali di Togliatti, 1972
Tecnica mista su tavola, 340 x 440 cm.
MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna (deposito permanente dell’Associazione Enrico Berlinguer)
Foto: Matteo Monti, courtesy Istituzione Bologna Musei | MAMbo
A poco più di cinquant’anni dalla pubblicazione dell’articolo e nella ricorrenza del cinquantenario del ‘68, la GAM di Torino si propone di riconsiderare il rapporto tra politica e cultura, attraverso una mostra dedicata all’esperienza dell’artista siciliano, raccogliendo alcune delle sue opere maggiori di soggetto politico e civile. A partire da un dipinto quale Fucilazione in campagna del 1938, ispirato alla fucilazione di Federico Garcìa Lorca, che a buon diritto può essere assunto a incunabolo di una lunga e ininterrotta visitazione del tema delle lotte per la libertà, per giungere alla condanna della violenza nazista, nei disegni urlati e urticanti del Gott mit uns (1944) e successivamente, dopo i giorni tragici della guerra e della tirannia, alle intonazioni di una reinventata epica popolare risuonanti in opere nuove per stile e sentimento come: Marsigliese contadina, 1947 o Lotta di minatori francesi, 1948.
Gott mit uns, 1944
China e acquerello su carta, 46,5 x 35,5 cm
Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma
Un grande, ininterrotto racconto che approda, negli anni Sessanta a risultati di partecipe testimonianza militante, come in Vietnam (1965) o a espressioni di affettuosa vicinanza, come avviene, nel richiamo alle giornate del maggio parigino, con Giovani innamorati (1969) e più tardi, in chiusura della rassegna, a quel compianto denso di nostalgia che raffigura i Funerali di Togliatti (1972) e in cui si condensa la storia delle lotte e delle speranze di un popolo e le ragioni della militanza di un uomo e di un artista.
"Nel secondo dopoguerra - afferma Carolyn Christov-Bakargiev Direttore uscente della GAM, ora a capo del Castello di Rivoli, a seguito della rinuncia al doppio mandato - negli ambienti della cultura di sinistra si discuteva tra avanguardia formalista e realismo figurativo. Ci si chiedeva quale fosse più rivoluzionaria e quale più reazionaria. Oggi, paradossalmente, nell’era della realtà aumentata e della virtualità, la pittura di Guttuso può sembrarci tanto reale e materica quanto il mondo che stiamo perdendo".
La finestra blu, 1940-41
Olio su tela 45 x 50 cm
Collezione Giuseppe Iannaccone, Milano
A fronte dell’antologia di tali dipinti e in dialogo con essi, la mostra offre anche un repertorio variegato di opere di differente soggetto: ritratti e autoritratti, paesaggi, nature morte, nudi, vedute di interno, scene di conversazione. Quadri tutti coevi ai tempi di esecuzione dei dipinti di ispirazione politica e sociale, selezionati con il proposito di offrire indiscutibile prova dei traguardi di alta qualità formale conquistati da Guttuso nell’esercizio di una pittura che - afferma il curatore Pier Giovanni Castagnoli - "per comodità, potremmo chiamare pura, con l’intendimento di saggiare, attraverso il confronto dei diversi orizzonti immaginativi, l’intensità dei risultati raggiunti su entrambi i versanti ideativi su cui si è esercitato il suo impegno di pittore e poter consegnare infine all’esposizione, pur nel primato assegnato al cardine tematico su cui la mostra si incerniera, un profilo ampiamente rappresentativo della ricchezza dei registri espressivi presenti nel ricchissimo catalogo della sua opera e della poliedrica versatilità del suo estro creativo".

La mostra è accompagnata dal catalogo edito da Silvana Editoriale, con saggi di Pier Giovanni Castagnoli, Elena Volpato, Fabio Belloni, Carolyn Christov-Bakargiev e un’antologia di scritti di Renato Guttuso.

RENATO GUTTUSO
L'arte rivoluzionaria nel cinquantenario del '68

Dal 23 febbraio al 24 giugno 2018
GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino
Via Magenta, 31 - 10128 Torino
Orari: da martedì a domenica 10 - 18, lunedì chiuso. La biglietteria chiude un’ora prima.
tel. +39 011 4429518,  +39 011 443690, gam@fondazionetorinomusei.it
www.gamtorino.it

MRSN / CINEMAMBIENTE


Il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino ha da tempo instaurato una proficua collaborazione con il Festival CinemAmbiente attraverso una serie di iniziative incentrate sulla conservazione della natura e la divulgazione scientifica.
Nell’ambito del 21° Environmental Film Festival (Torino, 31 maggio - 5 giugno 2018), con il coordinamento del conservatore zoologo del Museo Franco Andreone, alcuni film internazionali in concorso saranno commentati da ricercatori e divulgatori naturalisti.

The Last Animals testimonia l'estinzione del rinoceronte bianco settentrionale, la tratta dei corni e il commercio dell'avorio. Dialogano con la regista Kate Brooks, Isabella Pratesi del WWF Italia e Spartaco Gippoliti, esperto di mammiferi africani, di musei e di giardini zoologici. Lo sfruttamento e il degrado degli ecosistemi marini, argomento del film Blue, sarà approfondito da Giorgio Bavestrello dell’Università di Genova. The Ancient Woods, proiettato nell’aulica Sala dei Mappamondi all’Accademia delle Scienze, mostra i delicati equilibri fra animali e piante di una foresta centro-europea. Commenta Stefano Mancuso, autore dei best-seller Verde brillante e Plant Revolution.

In Genesis 2.0, Maurizio Casiraghi, dell’Università di Milano Bicocca, illustrerà con l'autore Christian Frei le nuove frontiere della biologia e del progresso scientifico. Il film russo Medvedi Kamčatki (Kamchatka Bears. Life Begins) vedrà a confronto la co-regista Irina Žuravleva e l'esperto in biologia dell'orso Mauro Belardi. Infine per Ranger and Leopard, Sandro Lovari (Università di Siena) racconterà dell'ultimo leopardo dell'Iran e del ranger che ad esso si dedica.
Al Centro Studi Sereno Regis, si parlerà di Madagascar con il film Sarimihetsika, seguito dal concerto della cantante etno-ambientalista Olga del Madagascar e dall'incontro con il regista Enrico Iannaccone.
Alle Scuole Primarie è riservata la proiezione del film Earth - Un giorno straordinario, con la collaborazione della sezione didattica del Museo.

mercoledì 30 maggio 2018

PASINI E L’ORIENTE

Alberto Pasini
In attesa del sultano
1895 ca.
Olio su tela
Oriente di fascino e mistero, di paesaggi sconfinati e odalische, di suggestive rovine, di terre lontane, di meraviglie ed esotiche bizzarrie. Quando la prima traduzione delle Mille e una Notte si diffonde in Europa all’inizio del Settecento nasce una nuova corrente di gusto, divenuta presto una vera moda, rivolta ai manufatti e alla cultura di Turchia, Persia ed Egitto e che vedrà in Alberto Pasini (Busseto 1826 - Cavoretto 1899), pittore e viaggiatore, uno dei suoi interpreti più raffinati. Quella di Pasini è una storia che contiene altre storie, dipinti come diari di viaggio, orizzonti immaginifici in cui lo spettatore può abbandonarsi. La Fondazione Magnani-Rocca a Mamiano di Traversetolo (Parma) dedica a Pasini la mostra PASINI E L’ORIENTE. Luci e colori di terre lontane con oltre 100 opere fra dipinti e lavori grafici, a cura di Paolo Serafini e Stefano Roffi.
Alberto Pasini
Davanti alla Moschea
1875-80
Olio su tela
È una pittura, quella di Pasini, che prende le distanze dal lavoro di tutti gli altri interpreti della stagione orientalista dell‘Ottocento, perché non si propone di presentare l’immagine dell’Oriente che il pubblico occidentale richiedeva e alla quale era abituato, ma di creare immagini nuove, aprendo un dialogo artistico con una cultura altra, attraverso la presentazione "dall’interno" dei suoi contenuti, usi, costumi, atmosfere. Un modello pittorico e di dialogo artistico che divenne un unicum, e che oggi, per l’importanza del tema, acquista un valore e un significato di grande attualità.
La sua attività di pittore di atmosfere orientaliste, ha inizio con un avvenimento che ne segnerà la carriera artistica: siamo nel 1855 quando Pasini, da poco arrivato a Parigi, viene chiamato a far parte di una delicatissima missione diplomatica francese, incaricata di venire a patti con lo Shāh di Persia, per sottrarlo all’influenza russa.
Alberto Pasini
La carovana dello Shāh di Persia
1867
Olio su tela
La mostra presenta, riuniti per la prima volta insieme, i disegni, le litografie e i dipinti realizzati da Pasini in occasione della missione. Si tratta di una delle più avventurose spedizioni diplomatiche del XIX secolo, che durante il conflitto russo-turco, fu costretta, per raggiungere Teheran, a circumnavigare la penisola arabica, con l’obiettivo di tenere aperto, con gli strumenti della cultura e della diplomazia, un dialogo tra l’Europa e il Medio Oriente.
Di questo storico viaggio non avremmo alcun documento se non fossero rimaste le memorie del Conte Joseph Gobineau, primo segretario, che accompagnava il Ministro Prosper Bourée assieme ad altri funzionari e dragomanni, e soprattutto i dipinti, disegni e litografie del pittore Alberto Pasini, incaricato dal Ministro di accompagnare e documentare la missione.
Alberto Pasini
Accampamento persiano
Olio su tela
In mostra compaiono la serie completa dei quaranta disegni realizzati in Persia; la serie delle dodici incisioni pubblicate su "l’Illustration, Journal Universel", accompagnate dagli articoli di Barbier de Meynard e Paulin; e i grandi dipinti, tra i rarissimi esempi di opere di grandi dimensioni realizzate dall’artista.
Tornato a Parigi nel giugno del 1856, a seguito della fine della guerra, Alberto Pasini inizia a rielaborare i disegni e gli schizzi eseguiti durante il viaggio e presenterà al Salon parigino una serie di dipinti di grande formato, assurti a modello di riferimento per la pittura orientalista degli anni a seguire. A metà Ottocento, infatti,  nuovi assetti politici, economici e sociali faranno di Parigi l'epicentro europeo della produzione artistica a soggetto orientalista, incontrando il gusto di un folto gruppo di collezionisti, grazie soprattutto al più grande mercante parigino di quegli anni, Adolphe Goupil, con cui Pasini siglerà un contratto in esclusiva.
Alberto Pasini
Acque dolci d'Europa
1868
Olio su tela
La seconda sezione della rassegna è dedicata alle opere realizzate a Istanbul, luogo prediletto, declinato dall’artista in decine di varianti, a partire dalla grande veduta della Moschea di Yeni Djami, venduta da Goupil al Museo di Nantes nel 1872, fino alle  scene di Mercato, ritratte in oltre trenta versioni.
Un'area tematica è dedicata agli usi e costumi dell’Oriente, ad esempio alla caccia col falcone, appresa dall'autore alla corte dello Shāh di Persia. In questa sezione alcune opere ad olio vengono affiancate alle incisioni prodotte da Goupil (oggi tutte al Museé Goupil di Bordeaux), utili a diffondere in Europa e in America il modello compositivo proposto da Pasini. Un’ultima parte del percorso ospita le vedute e i paesaggi, con orizzonti di ampio respiro e sublimi scorci prospettici, che grande seguito riscontreranno fra i giovani artisti delle generazioni successive.
Alberto Pasini
Mercato a Costantinopoli
1874
Olio su tela
130 x 105 cm
L'esposizione presenta per la prima volta al pubblico opere di grandi dimensioni di musei internazionali, quali Pascoli sulla strada da Teheran a Tabriz, datato 1864, proveniente dal  Musée des Beaux-Arts di Rouen; Ricordo dei dintorni di Tripoli, olio su tela del 1865, prestito del Musée des Beaux Arts di Marsiglia. Molti anche i capolavori conservati in collezioni private per l'occasione mostrati al pubblico: gli olii su tela Corvè per il trasporto dell’artiglieria nelle montagne di Shiraz, esposto al Salon di Parigi nel 1864 e apparso solo in una vendita all’asta del 1987 e Un Marché a Constantinople, esposto al Salon del 1874, riapparso solo recentemente.
Accompagna la mostra un ricco catalogo con tavole a colori e saggi di Paolo Serafini, Stefano Roffi, Lea Saint-Raymond, Cyrille Sciama, Guendalina Patrizi.

PASINI E L’ORIENTE

Luci e colori di terre lontane
Dal 17 marzo al 1 luglio 2018
Fondazione Magnani-Rocca
via Fondazione Magnani-Rocca 4 - Mamiano di Traversetolo (Parma)
Orario: dal martedì al venerdì 10-18 (la biglietteria chiude alle 17); sabato, domenica e festivi 10-19 (la biglietteria chiude alle 18). Aperto il 2 giugno.
Informazioni e prenotazioni gruppi: Tel. 0521 848327 / 848148; info@magnanirocca.it www.magnanirocca.it

JOHN RUSKIN. LE PIETRE DI VENEZIA

John Ruskin
Campanile di San Marco
Acquerello, biacca, matita su carta grigia, 163 x 126 mm
Londra, The British Museum
"[Venezia] giace ancora davanti ai nostri sguardi come era nel periodo finale della decadenza: un fantasma sulle sabbie del mare, così debole, così silenziosa, così spoglia di tutto all’infuori della sua bellezza, che qualche volta quando ammiriamo il languido riflesso nella laguna, ci chiediamo quasi fosse un miraggio quale sia la città, quale l’ombra. Vorrei tentare di tracciare le linee di questa immagine prima che vada perduta per sempre, e di raccogliere, per quanto mi sia possibile, il monito che proviene da ognuna delle onde che battono inesorabili, simili ai rintocchi della campana a morto, contro le pietre di Venezia".  (John Ruskin)1

         Cosa sarebbe il mito di Venezia senza John Ruskin, cantore della bellezza eterna della città, tanto più affascinante ed estrema perché colta nella sua decadenza?
Personaggio centrale nel panorama artistico internazionale del XIX secolo, scrittore, pittore e critico d’arte, l’inglese John Ruskin (1819-1900) ebbe un legame fortissimo con la città lagunare, alla quale dedicò la sua opera letteraria più nota, "Le pietre di Venezia": uno studio della sua architettura, sondata e descritta nei particolari più minuti, e un inno alla bellezza, all’unicità ma anche alla fragilità di questa città.
John Ruskin
Fronte meridionale della Basilica di San Marco, dalla Loggia di Palazzo Ducale, 1851
Acquerello, tempera, matita, biacca su carta, 959 x 454 mm
Collezione privata
Ruskin, ammirato da Tolstoj e da Proust, capace di influenzare fortemente l’estetica del tempo con la sua interpretazione dell’arte e dell’architettura, torna ora a Venezia nei luoghi della sua ispirazione; torna a Palazzo Ducale, edificio emblematico che egli esplorò a lungo da angolazioni diverse: taccuini, acquarelli, rilievi architettonici, calchi in gesso, albumine, platinotipi.
Ad ospitarlo è la sequenza di sale e loggiati tante volte raffigurati, ove la scenografia di Pier Luigi Pizzi dà risalto alle presenze architettoniche e scultoree della Venezia gotica e bizantina, medievale e anticlassica che egli tanto amava e che desiderava preservare dall’oblio.
Voluta da Gabriella Belli quale tributo alla conoscenza e al mito di Venezia, la mostra è curata da Anna Ottani Cavina: prima presentazione a tutto campo, in Italia, dell’opera di un artista che "ha valicato ogni confine in nome di una visione interdisciplinare, praticata quando il termine ancora non c’era".
John Ruskin
Pilastro acritano, lato meridionale della Basilica di San Marco, 1879
Acquerello, tempera su carta viola, 280 x 222 mm
Londra, The British Museum
Pervaso da spirito religioso maturato nell’Inghilterra vittoriana, animato da una visione etica, che lo spinse ad agire sul piano sociale e politico con l’obiettivo utopico di una società organica e felice per tutti (tanto che Gandhi ne sarà incantato), strenuo oppositore del meccanicismo e del materialismo che vedeva diffondersi, Ruskin nel corso della sua vita opera e s’interroga sulle questioni sociali, sull’arte, sul paesaggio e sulla Natura; scrive di mineralogia e di botanica, così come di economia, architettura e restauro, preoccupato che le tecniche allora in uso finissero con il cancellare gli edifici medievali.
La mostra fa una scelta e, non potendo dare conto della complessità di Ruskin e del suo genio versatile in tanti e diversi campi, si focalizza sull’artista, articolandosi attorno a cento sue opere che ne documentano la vocazione a tradurre in immagini la realtà, fissando su migliaia di fogli, a penna e acquarello, il suo "instancabile tentativo di comprendere il mondo". Si tratta eccezionalmente di prestiti tutti internazionali - un grande merito dell’esposizione - considerato che i musei italiani non custodiscono suoi lavori.
John Ruskin
Col de la Seigne, Courmayeur, 1849
Acquerello, matita su carta, 222 x 381 mm
Lancaster, Ruskin Foundation (Ruskin Library, Lancaster University)
"Lo sguardo colorato di Ruskin - scrive Ottani Cavina - sarà una rivelazione per il pubblico italiano, poiché è lui il più grande acquarellista dell’età vittoriana".
Monito per la salvezza di Venezia, la mostra vuole dunque essere anche una sfida a celebrare John Ruskin come grande e singolare pittore, al di là del suo eclettismo e della sua stessa determinazione a privilegiare la parola scritta.
La città, l’architettura, i grandi maestri veneziani di cui riproduce le opere reinterpretandole, la tensione a esplorare la natura, fra curiosità e immaginazione, sono i leitmotiv di questo incontro con i lavori di Ruskin, che da critico si batté per la modernità riconoscendo, in particolare, la forza rivoluzionaria della pittura di Turner, difeso contro i detrattori in vari scritti e nell’opera in più volumi "Modern Painters".
Un incontro fondamentale quello avvenuto, in giovane età, con un maturo Turner al quale, secondo Ruskin, "la natura ha dato un occhio particolare e un’immaginazione selvaggiamente bella": tanto che del "pittore della luce" saranno in mostra alcune straordinarie raffigurazioni della città lagunare, come Venezia, Punta della Dogana e Santa Maria della Salute prestato dalla National Gallery di Washington e Venezia, cerimonia dello Sposalizio del mare dalla Tate di Londra.
Joseph Mallord William Turner
Venezia, Punta della Dogana e Santa Maria della Salute, 1843
Olio su tela, 62 x 93 cm
The National Gallery of Art, Washington
Given in memory of Governor Alvan T. Fuller by The Fuller Foundation, Inc.
La pittura di Ruskin non punta in realtà al sublime come quella di Turner, né all’astrazione tutto colore e luce: è descrittiva, analitica, finalizzata a immortalare la realtà; eppure nello studio del dato naturale o nella ossessiva resa dei particolari architettonici c’è assoluta visionarietà, convinto - proprio dai quadri del «suo» Turner - che il vero artista sia un veggente, un profeta o, addirittura, uno «scriba di Dio», capace cioè di cogliere e rappresentare la verità divina contenuta nella realtà naturale.
Oltre al viaggio in Italia e alla fascinazione per la natura - con una serie di acquarelli che privilegiano il tema della montagna e i paesaggi della penisola - il cuore dell’esposizione è comunque il rapporto dell’artista con Venezia.
Questo legame, coltivato nell’arco di una vita, a partire dal primo incontro a sedici anni, e alimentato in undici viaggi tra il 1835 e il 1888, è esplicitato sotto diversi punti di vista - Studi di nuvole, Tramonti, Pleniluni, Scorci della laguna, Studi dai grandi pittori veneziani: Carpaccio, Veronese, Tintoretto - ma verte essenzialmente sul tema cruciale della "natura del gotico", con la sua riscoperta e celebrazione: il momento più alto dell’arte e dell’architettura non solo dal punto di vista estetico ma anche morale.
John Ruskin
Ca’ d’Oro, 1845
Matita, acquerello, tempera su carta grigia, 476 x 330 mm
Ruskin Foundation (Ruskin Library, Lancaster University), Lancaster
© Ruskin Foundation, Lancaster
Il testo di riferimento è il magnifico libro "The Stones of Venice" (1851-1853, 3 volumi), al quale si aggiungono le scenografiche tavole in folio degli "Examples of the Architecture of Venice", pubblicate negli stessi anni, e "St. Mark’s Rest", nato come revisione de "Le pietre di Venezia", dopo che egli aveva assistito alla demolizione di parti importanti della Basilica di San Marco, e divenuto una guida della città "per i pochi viaggiatori che ancora hanno a cuore i suoi monumenti".
Infine, ad accompagnare in questo affascinante viaggio, c’è anche una selezione dei Venetian Notebooks (taccuini di schizzi, misurazioni, piante, spaccati e fittissimi appunti), quindi manoscritti di Ruskin per "The Stones of Venice" (frammenti di carta azzurra mai prima esposti e conservati alla Morgan Library di New York), alcune prime edizioni a stampa, dagherrotipi, foto storiche e dipinti emblematici dei grandi pittori del Cinquecento veneziano a confronto con gli studi che il critico inglese aveva tratto da essi.

1)  John Ruskin, The Stones of Venice, vol. I, ch. I, § 1.

JOHN RUSKIN. LE PIETRE DI VENEZIA
Dal 10 marzo al 10 giugno 2018
Palazzo Ducale - Appartamento del Doge
San Marco, 1
Orario: Tutti i giorni dalle 8.30 alle 19. La biglietteria chiude un’ora prima.
Informazioni: info@fmcvenezia.it: call center 848082000 (dall’Italia); +3904142730892 (dall’estero). Prenotazioni: call center dedicato 0418627167 attivo dalle 9 alle 16.30, dal lunedì al venerdì.
www.palazzoducale.visitmuve.it/ruskin

martedì 29 maggio 2018

LARRY RIVERS. I TRE VOLTI DI PRIMO LEVI

Larry Rivers
Periodic Table
1987
cm. 186 h x 146 x 15
Olio su tela montato su poliuretano espanso modellato
In deposito presso la Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli di Torino
Il Castello Gamba di Châtillon presenta la mostra LARRY RIVERS DALLA PINACOTECA AGNELLI. I TRE VOLTI DI PRIMO LEVI, un progetto della Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli, curato dalla direttrice Marcella Pralormo.
Un’occasione unica per ammirare tre ritratti di Primo Levi non visibili al pubblico, eseguiti dall’artista americano Larry Rivers e oggi custoditi negli uffici della Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli a Torino. Il percorso espositivo, progettato da Marco Palmieri, permette di comprendere la passione per l’arte di Giovanni e Marella Agnelli, che li ha portati a collezionare opere importanti, scelte sempre in ragione del piacere estetico, indipendentemente dall’epoca o dalla corrente artistica di appartenenza.
Catello Gamba
Allestimento mostra
Nel 1987, in occasione di un viaggio a New York, subito dopo la tragica scomparsa di Primo Levi (1919-1987) - già studente del Liceo classico Massimo d'Azeglio di Torino come Giovanni Agnelli (1921-2003) -, l'Avvocato acquistò dalle Marlborough Galleries di New York tre ritratti dello scrittore dipinti da Larry Rivers.


Larry Rivers, il cui vero nome è Yitzhok Loiza Grossberg (1923-2002), nacque in America da genitori russi ebrei. Nel 1945, poco dopo aver cambiato nome, iniziò a dipingere, diventando un protagonista della pop art americana.
A metà degli anni Ottanta rimase profondamente turbato dalla lettura di Se questo è un uomo, suggeritagli dall’amico Furio Colombo, in quegli anni presidente di Fiat USA, che gli regalò una copia del libro. Rivers lesse tutte le opere di Primo Levi e scelse di animare e teatralizzare i romanzi più celebri in tre opere ancora oggi di proprietà della famiglia Agnelli: Witness, Survivor e Periodic Table.

 
I tre dipinti furono portati in Italia e collocati, per decisione dell’Avvocato, nella sede de "La Stampa", giornale per il quale Primo Levi aveva scritto a partire dal 1959, e in forma più continua dal 1968, saggi, racconti ed elzeviri della Terza Pagina. La sala, interdetta al pubblico poiché destinata alle riunioni più importanti e ai visitatori illustri per un primo saluto o un brindisi di benvenuto, venne da quel momento chiamata ‘Sala Primo Levi’. Dal 2002 le tele si trovano negli uffici della Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli di Torino.
Pinacoteca Agnelli
©Andrea Guermani
Il Castello Gamba, progettato dall'ing. Carlo Saroldi in stile neomedievale è arroccato su un promontorio roccioso incastonato in un parco di oltre 50.000 mq ricco di essenze vegetali rare e preziose provenienti da tutto il mondo. Realizzato tra il 1903 e il 1905 per volere del barone torinese Carlo Maurizio Gamba affinché l’amatissima sposa Angélique Passerin d’Entrèves potesse trascorrere lunghi periodi all’anno vicina alla famiglia di origine, residente nel castello di Châtillon, dopo la morte dei coniugi Gamba, senza eredi diretti, l'edificio pervenne ai Passerin d'Entrèves, che nel 1982 lo vendettero alla Regione autonoma Valle d'Aosta. A seguito di un accurato restauro, gli ambienti ospitano oggi la ricca collezione regionale di arte moderna e contemporanea: un patrimonio costituitosi a partire dal 1948, con oltre 1.200 opere di pittura, scultura, grafica e fotografia, dall'Ottocento ai primi anni Duemila.
Castello Gamba
Veduta del parco
(foto Enrico Romanzi)
Inaugurata nel settembre 2002 per ospitare i capolavori donati da Giovanni e Marella Agnelli, la Pinacoteca Agnelli è stata progettata da Renzo Piano sul tetto del Lingotto di Torino, prima sede della Fiat - opera degli anni Dieci e Venti del Novecento dell'ingegner Giacomo Mattè Trucco.
Lo "scrigno" - come lo definisce Renzo Piano - accoglie 25 straordinari capolavori datati dal Settecento alla metà del Novecento: un nucleo di sette tele di Matisse, un dipinto di Balla del 1913 sul tema della velocità dell’automobile, opere di Severini, Modigliani, Tiepolo, Renoir e Manet. La collezione comprende anche sei preziose vedute di Venezia del Canaletto e due vedute di Dresda di Bernardo Bellotto, impiegate come precisi modelli per la ricostruzione della città dopo la seconda guerra mondiale. Non mancano due opere di Picasso, una del periodo blu e l'altra del periodo cubista, e ancora la Danzatrice con dito al mento e la Danzatrice con mani sui fianchi, modellate in gesso da Antonio Canova. Nei cinque piani inferiori la Pinacoteca ospita le esposizioni temporanee, un centro didattico per l’arte, gli uffici e un bookshop.
Pinacoteca Agnelli
Vista esterna
LARRY RIVERS DALLA PINACOTECA AGNELLI. I TRE VOLTI DI PRIMO LEVI
12 maggio - 23 settembre 2018
Castello Gamba
Località Crêt-de-Breil - 11024 Châtillon (Valle d’Aosta)
Coordinate GPS 45.747492,7.603397
Orario: tutti i giorni dalle 13 alle 19
Tel. +39 0166 563252; info.castellogamba@regione.vda.it
Per info e visite: www.pinacoteca-agnelli.it; www.castellogamba.vda.it